In un'intervista di qualche settimana fa, Vanja Kaludjercic, direttrice dell'International Film Festival Rotterdam (IFFR), ha detto di volere un festival accessibile. Si riferiva genericamente al voler raggiungere ogni tipo di pubblico, e non solo quello interessato al cinema di avanguardia, indipendente e sperimentale, che è il tipo di cinema per cui l'IFFR - ogni gennaio, il primo importante festival europeo dell'anno - è conosciuto.
Come molti grandi festival, comunque, anche l'IFFR si impegna a programmare alcuni film accessibili ai visitatori con disabilità visive o uditive, e altri a persone altamente sensibili, oltre a fornire informazioni dettagliate sull'accessibilità motoria a tutte le sedi del festival. In quanto al raggiungere un pubblico numeroso e non solo quello specializzato, le presenze nei cinema di Rotterdam dimostrano che l'obiettivo è stato raggiunto. Il coinvolgimento degli spettatori è fondamentale soprattutto per assegnare il premio del pubblico, che in occasione della 55ª edizione è stato vinto da I Swear di Kirk Jones, film sull'attivista scozzese John Davidson (interpretato da Robert Aramayo) che ha fatto conoscere la sindrome di Tourette ai britannici. Opera che unisce il racconto biografico al tentativo di sensibilizzazione sociale, mostra prima la comparsa dei sintomi durante l'adolescenza, quando la vita di Davidson fu stravolta dalla comparsa di tic motori e della coprolalia (che lo spingeva a dire frasi inopportune a voce alta); poi la vita adulta, con le perduranti difficoltà a farsi accettare socialmente, ma anche gli incontri fondamentali con coloro che lo aiutarono nel suo percorso per diventare un esempio pubblico e un divulgatore capace di spiegare ai connazionali il suo tipo di la condizione.
Non è una ricostruzione realistica, ad esempio si omette del tutto che la sua notorietà è dovuta ad alcuni documentari della BBC, e ovviamente si tende a drammatizzare il più possibile alcune tristi situazioni anche per dare un peso maggiore al finale positivo; ma qualche piccola concessione all'emotività è senz'altro utile per provare a normalizzare al grande pubblico una malattia che può diventare anche imbarazzante, se ci si trova con interlocutori incapaci di riconoscerla. Se questo film ha buone possibilità di essere visto anche in Italia, non si può dire lo stesso di tanti altri bei film dell'IFFR. Come auspicio per una futura distribuzione, ecco una selezione di alcuni film meritevoli dai due concorsi principali del festival.
Variations on a Theme
Tiger Competition
Nel film diretto da Jason Jacobs e Devon Delmar, vincitore del concorso principale del festival, si ricorda la storia dei soldati sudafricani inviati a combattere in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale attraverso le vicende contemporanee dei loro eredi; in particolare la figlia di un soldato, una capraia ormai anziana, è tra le persone coinvolte in una truffa su fantomatici rimborsi ai discendenti dei soldati. Immerso nelle zone rurali montuose del Sudafrica che sembrano voler rifiutare lo scorrere del tempo (e forse, per questo motivo, sono anche luoghi dove resiste una memoria storica condivisa troppo poco e da troppo pochi), il film riesce a creare un ponte tra generazioni diverse ma ancora alla ricerca del riconoscimento di una dignità che in ogni caso la protagonista manifesta con un orgoglio silenzioso e ostinato.
A Fading Man
Tiger Competition
Un giorno, Hanne trova davanti alla porta di casa l'ex marito Kurt, ancora convinto di vivere lì: ma avevano divorziato molti anni prima. Kurt è malato, ha problemi degenerativi di memoria e sua figlia (avuta con un'altra donna) è all'estero: Hanne e il suo compagno Bernd decidono di prendersi cura dell'uomo, che ogni giorno deve imparare di nuovo tutto ciò che ha dimenticato. Siccome nulla viene mostrato dei trascorsi comuni della ex coppia, la relazione viene rivissuta daccapo attraverso un rapporto insolito che mescola ricordi tornati vividi e intensi (e sono anche quelli belli, non solo i dissapori che portarono alla separazione) alla sensazione che, ripartendo da zero, si possa costruire un rapporto nuovo e diverso. Ma è proprio nel far comprendere che non si può tornare indietro, che il film ammette malinconicamente i limiti dei rapporti umani conclusi bruscamente senza chiarimenti; lasciando allo spettatore, attraverso i volti dei due protagonisti, la sensazione che quanto sta evaporando dalla mente sempre più leggera di Kurt si posi come una patina nebulosa nella mente di Hanne.
The Gymnast
Tiger Competition
Si dice che chiunque possa sperimentare temporaneamente cosa significhi avere una disabilità: basta un incidente. Per la sedicenne Monica, però, un grave infortunio al ginocchio e la conseguente operazione chirurgica significano soprattutto dover rinunciare alla ginnastica artistica per lungo tempo e forse abbandonare del tutto il sogno di partecipare ai Giochi Olimpici, suo grande obiettivo. Nel film di Charlotte Glynn, vediamo una ragazza abituata alla ferrea disciplina perdere ogni riferimento che prima guidava le sue giornate: abituata a pensare solo alla ginnastica, non sa come gestire il rapporto con un padre mai davvero capace di capirla, e con compagni di scuola immaturi di cui si serve per dimenticare l'amato ambiente sportivo dal quale è forzatamente esclusa. La sua improvvisa fragilità emotiva mostra che, in una ragazza così giovane e impreparata agli imprevisti, la forza mentale era legata soprattutto alla forza fisica: in questo classico romanzo di formazione, la crescita passa dall'accogliere i limiti e le imperfezioni del proprio corpo.
My Semba
Tiger Competition
Per un africano, è un paradosso non poter stare al sole. Lo dice, in forma di poesia, il protagonista angolano all'inizio del film di Hugo Salvaterra: è un ragazzo con albinismo, aspirante poeta, cresciuto in un orfanotrofio dove ha conosciuto le persone più importanti della sua vita, cioè i suoi migliori amici diventati adulti con lui e il prete che li ha educati. Non c'è solo il racconto lucido e mai autocommiserato della difficoltà di farsi accettare in una società che mette ai margini i diversi, i deboli, i poveri: c'è soprattutto l'orgoglio di trovare una via creativa per far sentire la voce propria, della propria generazione, di tutti gli emarginati, con uno slancio potente e innovativo.
Roid
Tiger Competition
In un remoto villaggio del Bangladesh, un uomo trova moglie, ma quando si accorge che è fin troppo eccentrica e completamente diversa da come si immaginava dovesse essere una donna di casa, cerca (invano) di liberarsene, perché non riesce a capirla. In questa vicenda scritta e diretta da Mejbaur Rahman Sumon, osserviamo un contesto a noi lontanissimo, ma che presenta elementi universali che riguardano le aspettative esagerate della vita di coppia, le pressioni sociali sui comportamenti che ci si attende in ogni occasione, la difficoltà di rapportarsi correttamente con chi (non per propria colpa) non si conforma ai ruoli assegnati all'interno comunità perché ha una neurodiversità non contemplata.
Butterfly
Big Screen Competition
La morte di una donna norvegese nelle Isole Canarie fornisce alle sue due figlie l'occasione di rivedersi nel luogo dove erano cresciute ma avevano abbandonato, a differenza della madre. La maggiore (Helene Bjørnebye) è una donna comune e insicura e usa una stampella per camminare, forse per un male psicosomatico; la minore (Renate Reinsve, la candidata all'Oscar per Sentimental Value) è un'artista eccentrica e scontrosa; non potrebbero essere più diverse e infatti anche la gestione del lutto e delle complicate pratiche burocratiche crea tensione tra loro. Cariche di dubbi e dolori, interiori ed esteriori, affrontano un viaggio autonomo e parallelo - ma verso la stessa destinazione - che, grazie alla riscoperta di una figura materna lontana, permette loro di trovare una via luminosa alla felicità che sembrava smarrita o impossibile.
The Arab
Big Screen Competition
Un arabo: così, senza un nome proprio, veniva indicato un personaggio fondamentale del celebre romanzo di Camus Lo straniero. Una scelta che oggi appare sintomatica di uno sguardo da colonizzatore. Ispirandosi al testo Il caso Meursault di Kamel Daoud, il regista algerino Malek Bensmail, noto soprattutto come documentarista, ha immaginato che quell'arabo avesse non solo un nome, ma anche una madre, un fratello, una storia da raccontare; ed è proprio suo fratello, ormai anziano, che desidera preservarne la memoria, parlandone con un giornalista. Partendo da un pezzo dell'opera di Camus - con immagini che, per puro caso, ricordano anche la recente trasposizione in bianco e nero diretta da François Ozon - si apre una panoramica storica sull'occupazione coloniale francese, la guerra di liberazione e i successivi conflitti irrisolti nella società algerina: se il modo migliore per raccontare l'oppressione è dare agli oppressi il modo di esprimersi autonomamente, che almeno il loro racconto sia sincero, anche senza nascondere gli aspetti controversi della propria storia.