In un particolare fluire di ricordi e riflessioni, con brevi pause lunghe appena un sospiro, Jan Grue descrive la sua vita normalmente disabile in un andirivieni tra passato e presente, tra citazioni e definizioni di sé ritrovate nelle cartelle cliniche e i ricordi della sua vita familiare, gli interessi e le passioni che lo hanno portato a studiare dalla Norvegia in giro per il mondo, le amicizie e gli amori. Quello che ricorda però è «un me che non esiste più», un «bambino sempre solo e mai veramente solo» guardato a vista per via di una malattia neuromuscolare dalla prognosi iniziale evidentemente poco fausta. Grue, oggi autore accademico quarantenne, marito e padre, nel raccontare il suo corpo e la sua ricerca di normale libertà ci rimanda ogni volta uno sguardo, il nostro, che colloca troppo spesso la disabilità in una cornice distante, fatta soprattutto di eroi e pietà. Per scegliere invece un approccio che non parla di «sopravvivenza, di come sono diventato umano ma di come ho capito di esserlo sempre stato».
La mia vita come la vostra | Recensione
Il memoir autobiografico di Jan Grue, tra ricordi e cartelle cliniche (Iperborea, 2025)
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