Un pianoforte ha 88 tasti, ma il suo utilizzo presuppone che chi gli si sieda davanti abbia due mani. Lo stesso vale per molti strumenti musicali. Una chitarra richiede normalmente una mano sul manico e una sulle corde; un violino una per l'archetto e una per le note; molti strumenti a fiato presuppongono che determinate dita possano raggiungere determinate chiavi. Gli strumenti, come tutti gli oggetti, sono progettati pensando a determinate caratteristiche del corpo. Ma cosa succede quando quel corpo è diverso?
Un caso celebre è quello del pianista austriaco Paul Wittgenstein, che perse il braccio destro durante la Prima guerra mondiale. Deciso a continuare la propria carriera, commissionò ad alcuni importanti compositori opere eseguibili con la sola mano sinistra. Tra queste c'è il Concerto per pianoforte per la mano sinistra di Maurice Ravel. Il pianoforte non era cambiato. Era cambiato il modo di suonarlo: la musica era stata ripensata affinché cinque dita potessero ottenere risultati normalmente affidati a dieci.
Oggi la tecnologia permette di andare oltre: può essere lo strumento stesso ad adattarsi al corpo del musicista. Con uno strumento acustico esiste infatti un rapporto fisico abbastanza rigido tra gesto e suono: bisogna premere un tasto, pizzicare una corda, soffiare e muovere determinate dita. L'elettronica permette invece di separare le due cose. Un sensore può rilevare un movimento e trasformarlo in un comando che un computer utilizza per produrre un suono. Diventa così possibile partire non dai movimenti richiesti dallo strumento, ma da quelli che la persona può compiere.
Un esempio è EyeHarp, uno strumento musicale digitale sviluppato pensando anche alle persone con gravi disabilità motorie. Attraverso un sistema di eye tracking, il software rileva dove guarda il musicista e trasforma i movimenti oculari in comandi musicali. L'interfaccia consente non soltanto di selezionare singole note, ma anche di lavorare con accordi, melodie e altri elementi dell'esecuzione. Lo sguardo assume così una funzione che negli strumenti tradizionali viene normalmente affidata alle mani.
Un principio diverso è alla base di Soundbeam, che utilizza sensori a ultrasuoni per rilevare i movimenti compiuti nello spazio e convertirli in suoni. Il sistema può essere configurato in funzione delle capacità motorie di chi lo utilizza: un movimento di un braccio, di una mano o di un'altra parte del corpo può diventare un'azione musicale. La sensibilità dei sensori permette inoltre di utilizzare anche movimenti molto piccoli, ampliando le possibilità per le persone con mobilità ridotta.

Sono tecnologie che modificano una relazione rimasta per secoli quasi scontata. Tradizionalmente imparare uno strumento significa anche educare il proprio corpo a compiere i movimenti che quello strumento richiede. Con le interfacce digitali si può fare il contrario: partire dai movimenti che una persona controlla e costruire su quelli il modo di fare musica. Questo non significa che la tecnologia cancelli la disabilità o qualsiasi limite fisico: apre piuttosto un ventaglio di possibilità ancora solo parzialmente esplorate.
Di fronte a una persona che non può utilizzare le mani possiamo allora chiederci quali movimenti possa compiere e come trasformarli in musica. La differenza non riguarda soltanto l'accessibilità. Riguarda il modo stesso in cui concepiamo lo strumento musicale. Per secoli è stato soprattutto il corpo del musicista a doversi adattare allo strumento. Oggi, almeno in alcuni casi, possiamo finalmente chiedere allo strumento di fare il contrario.
