Mal di nebbia | Recensione

Liberarsi dalla paura e dal morso della vergogna: il piccolo paese narrato da Gramantieri ci riuscirà con l'aiuto della dodicenne Albertina e di Mighinì?
Mal di nebbia | Recensione
Copertina di "Mal di Nebbia", Gramantieri (2025)

Durante la Grande guerra, dodici soldati preferirono gettarsi nel fiume piuttosto che tornare al fronte. Da allora il loro fantasma incombe come una maledizione sul paesino nativo, seminando morte e terrore. Sveglia e caparbia, la dodicenne Albertina, con l’aiuto dei partigiani rimasti sulle montagne (siamo ormai a fine Secondo conflitto mondiale), indaga: vuole liberare tutti dal morso della vergogna e della paura. Due aspetti in particolare colpiscono di questo bel romanzo. La presenza di Minghinì, il matto del paese, secondo cui gli annegati ritornano sempre: per metterlo a tacere verrà rinchiuso in manicomio. E poi la certezza di Albertina che il confine tra qui e aldilà sia molto più labile di quanto si pensa: è la connessione di cui parla il cristianesimo di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Così, per riconciliare la comunità servirà un banchetto con la partecipazione di tutti, proprio tutti. Minghinì compreso.

Giulia Galeotti

Giulia Galeotti

Dopo il post dottorato e tanti lavori, Giulia ha iniziato a collaborare con diverse testate, prima di fermarsi all’Osservatore Romano, dove dal 2014 è responsabile delle pagine culturali e dal 2019…

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