«La vera civiltà si fonda sul riconoscimento della centralità della persona, della solidarietà, della fraternità e della responsabilità collettiva verso chi vive condizioni di maggiore vulnerabilità. Anche una persona che vive sulla sedia a rotelle “che non fa nulla” continua a vivere relazioni, affetti, pensieri, spiritualità, memoria, continua ad essere parte piena della comunità». La citazione si riferisce a un passaggio della lettera che il Garante per la disabilità ha inviato a L’Osservatore Romano qualche settimana fa. L’Autorità ha ritenuto necessario richiamare con decisione le parole espresse dal giornalista Massimo Giannini durante un intervento televisivo nel quale paragonava l’inutile immobilità del governo a quella del vivere su una sedia a rotelle per vent’anni senza far nulla. Dell’Autorità Garante e delle funzioni di controllo e monitoraggio che le sono affidate – di cui questo richiamo è solo un esempio – scrive in questo numero Giulia Galeotti, che sottolinea proprio come la lingua sia «il primo specchio rivelatore del pensiero».
Abbiamo bisogno di continuare a porre attenzione alle parole che usiamo, come ricorda anche la campagna pubblicitaria di CoorDown – di cui parla Matteo Cinti – e smettere di usare la disabilità come termine di paragone per descrivere realtà considerate negative. Al centro del numero, il nostro focus ancora dedicato al progetto di vita per le persone con disabilità. Stavolta soffermandoci su uno degli strumenti legislativi pensati per favorire l’autodeterminazione delle persone con disabilità: l’amministrazione di sostegno. Una figura giuridica introdotta nel 2004, della quale l’avvocata Laura Versace ci ricorda i tratti normativi ma anche gli interrogativi che suscita proprio «sul senso della responsabilità collettiva». Quella responsabilità che Marta Sodano, persona con sindrome di Down, descrive e invoca quando chiede vero riconoscimento: «Io sono perché noi siamo».