Negli ultimi tempi, film, serie Tv e fumetti, appartenenti all'ormai sovrabbondante genere supereroistico, ci hanno mostrato come un personaggio con disabilità possa vestire anche i panni di un supereroe. In questo, i fumetti sono stati davvero pioneristici, regalando a milioni di lettori personaggi divenuti iconici, come Professor X, il potente telepate che si muove in carrozzina e guida gli X-Men come loro carismatico mentore.
Non è un caso che io citi proprio loro: il tema narrativo che ruota attorno alle vicende di questo gruppo di supereroi, creati nel 1963 da Stan Lee e Jack Kirby, è per l'appunto quello della diversità. Si tratta, infatti, di persone nate con una mutazione genetica e che, per questo, devono convivere con l'ostilità delle persone e delle istituzioni.
Ciononostante, gli X-Men continuano a voler fare la cosa giusta, arrivando addirittura a salvare e proteggere anche coloro che li emarginano o vorrebbero escluderli.
Attraverso le loro vicende, il fumetto ha raccontato per decenni i meccanismi dell'esclusione e dell'intolleranza, mostrando come la diversità venga troppo spesso percepita come una minaccia anziché come una ricchezza.
Negli ultimi anni, però, alcune opere hanno scelto una strada diversa. Non si limitano più a raccontare personaggi diversi, ma mettono in discussione il modo stesso in cui la società guarda e rappresenta la diversità. Tra queste spicca The Boys, la serie televisiva creata da Eric Kripke e tratta dall'omonimo fumetto di Garth Ennis e Darick Robertson. L'opera ribalta la figura dei supereroi, chiamati nella serie semplicemente Super, tramutandoli in individui corrotti, privi di morale e manipolati da una gigantesca macchina mediatica che muta ogni loro gesto in un prodotto da vendere.
In questo contesto trova spazio anche una riflessione sulla disabilità. Uno dei momenti più significativi della seconda stagione vede protagonista Blindspot, un aspirante supereroe cieco. Grazie a un udito straordinario è un combattente estremamente abile e la Vought, la potente corporazione che gestisce l'immagine pubblica dei Super, vorrebbe inserirlo nei Sette per rafforzare la propria immagine inclusiva. Il progetto, però, si infrange contro Homelander, il leader del gruppo, che lo annichilisce brutalmente perché considera la sua disabilità incompatibile con l'idea di perfezione e superiorità che, secondo lui, dovrebbe incarnare un Super.
The Boys utilizza la figura di Blindspot per evidenziare come l'inclusione, quando è solo di facciata o motivata dal ritorno d'immagine, crolli miseramente davanti al pregiudizio profondo. La serie mostra come l'inclusione possa trasformarsi in una semplice operazione d'immagine quando non è accompagnata da un reale cambiamento culturale.
Forse è proprio questo il punto di incontro tra opere apparentemente così lontane per epoca e linguaggio come X-Men e The Boys. Le prime raccontano la discriminazione attraverso una potente metafora; la seconda smaschera le ipocrisie della società contemporanea e dei media. Entrambe, però, invitano il pubblico a interrogarsi sui meccanismi dell'esclusione.
La vera forza di questi racconti non sta nei superpoteri dei protagonisti, ma nella loro capacità di mettere in discussione i nostri pregiudizi. Perché, prima ancora di immaginare mondi popolati da mutanti o supereroi, vale la pena chiedersi quanto spazio siamo davvero disposti a concedere, nella realtà, a chi viene percepito come diverso.