Il prezzo della diversità a Westeros

Nell’universo di George R.R. Martin la disabilità diventa spesso simbolo, condanna o compensazione narrativa, più che esperienza autentica
Il prezzo della diversità a Westeros
Peter Dinklage interpreta Tyrion Lannister nella serie tv "Il Trono di Spade"

L'attesa per la nuova stagione di House of the Dragon in arrivo a giugno, offre lo spunto ideale per analizzare come l'universo narrativo di George R.R. Martin rappresenti la disabilità e le fisicità divergenti. Prima di addentrarci nei complessi intrighi di corte di Westeros, è però necessaria una premessa metodologica.

Il termine "disabilità", nella sua accezione contemporanea, risulta spesso anacronistico se applicato a un contesto di ispirazione medievale. Si tratta infatti di un concetto moderno, legato a una complessa rete di diritti, tutele e definizioni cliniche che mal si conciliano con la brutalità di un mondo fantasy pre-industriale. In tale scenario, la condizione fisica non è letta attraverso la lente dell'inclusione, ma attraverso quella della funzionalità e del prestigio sociale.

Tuttavia, sia la saga letteraria che la controparte televisiva sono ricche di personaggi con disabilità o comunque caratterizzati da corporeità non conformi. Inoltre, l’incompiutezza dei romanzi non ci permette ancora di capire se gli stereotipi utilizzati siano stati rappresentati per essere poi scardinati: al momento non conosciamo l’intero arco di sviluppo di questi personaggi nella saga letteraria, ma le premesse non sono del tutto positive.

In molti casi, infatti, la non conformità fisica diviene quasi il pegno da pagare per assurgere a nuove prodigiose facoltà. Bran Stark, ad esempio, perde l’uso delle gambe ma in seguito ottiene la capacità di skinchanging (ovvero di entrare nel corpo degli altri) che gli consente addirittura di volare. Come insegnano i miti greci, sembra esserci sempre una sorta di prezzo da pagare per sviluppare capacità straordinarie: basti pensare a Tiresia, l’indovino cieco dotato della capacità di prevedere il futuro. Un contrappasso non per forza correlato, ma che rappresenta la disabilità come condizione necessaria per ottenere altro.

Questo "altro" può anche manifestarsi come redenzione simbolica, come nel caso di Jaime Lannister. Dopo aver perso "la mano della spada", essenziale per un guerriero formidabile come lui, egli intraprende un lento percorso di redenzione morale che lo ripulirà dalla sua iniziale rappresentazione negativa. Anche qui, la condizione fisica del personaggio viene ridotta a mero espediente narrativo, senza essere pienamente indagata nelle sue implicazioni psicologiche. Nonostante alcune vette di realismo, nel romanzo si fa spesso riferimento alla sensazione di arto fantasma e si ha l’impressione drammaturgica che, se non avesse perso la mano, Jaime sarebbe rimasto la persona spregevole delle origini.

Un caso di amputazione ancora più problematico è quello di Davos Seaworth, il sodale di Stannis Baratheon. In questo caso la mutilazione delle falangi diviene quasi un monito che rammenta in continuazione al Cavaliere delle Cipolle la sua fedeltà al legittimo erede dei Sette Regni. Siamo di fronte a un simbolo che incarna l’ideale della sottomissione, che però non viene mai problematizzata: Davos resta fedele al suo signore nonostante le azioni bieche che egli intraprende. Anche quando, nella serie TV, scopre del sacrificio barbaro della piccola Shireen, il Cavaliere delle Cipolle sembra incolpare dell’accaduto solo Melisandre, trascurando il ruolo cruciale e la responsabilità diretta di Stannis.

Isaac Hempstead-Wright (al centro) nel ruolo di Bran Stark nella serie
Isaac Hempstead-Wright (al centro) nel ruolo di Bran Stark nella serie Il Trono di Spade

Se per Bran e Jaime la non conformità fisica funge da catalizzatore per un cambiamento metafisico o morale, e per Davos pare quasi incarnare un contratto sociale, il caso di Tyrion Lannister è radicalmente diverso e, per certi versi, più brutale. Tyrion è l’unico personaggio a non ricevere alcun "compenso" per la sua condizione: non possiede poteri magici che sostituiscano la funzionalità del corpo, né la sua sofferenza lo conduce verso una redenzione spirituale. Al contrario, la sua condizione fisica è vissuta come una colpa biologica indelebile agli occhi di una società che vede nella perfezione estetica il riflesso della nobiltà d'animo.

In questo senso, Tyrion incarna perfettamente la tensione tra il corpo non conforme e il prestigio sociale. Pur appartenendo alla famiglia più ricca del regno, egli viene definito "Il Folletto" o "Il Mezzo-uomo", etichette che ne negano costantemente la legittimità come erede e come uomo. La sua risposta a questo stigma non è la sottomissione, né la fuga nel misticismo, ma l'iper-sviluppo dell’intelletto come arma di difesa. Anche qui Martin non evita del tutto le trappole della narrazione stereotipata: la sua intelligenza è intrisa di un'amarezza che lo spinge a un edonismo autodistruttivo e a un cinismo usato come scudo. In lui, la non conformità non è un espediente per la magia, ma la lente d'ingrandimento attraverso cui l'autore smaschera l'ipocrisia del potere di Westeros.

In ultima analisi, l’impressione che emerge è che i personaggi con disabilità e con corpi non conformi non siano stati descritti per offrire uno specchio o una rappresentazione autentica alle persone con disabilità, quanto piuttosto per servire come uno stimolo emotivo o morale a un pubblico generico. La disabilità, in questo universo, raramente esiste come condizione neutra ma è quasi sempre un simbolo, un monito o un motore per lo sviluppo altrui.

Il divario appare ancora più netto se confrontiamo questa traiettoria con quella dei personaggi femminili della saga. Sebbene le donne in Westeros subiscano discriminazioni sistemiche, Martin riserva loro spesso un percorso di emancipazione e autodeterminazione. Figure come Arya Stark, Brienne di Tarth o Daenerys Targaryen riescono a scardinare i ruoli imposti dal patriarcato, trasformando la propria marginalità in una forma di potere politico o militare.

Al contrario, per i personaggi con corpi non conformi e con disabilità, l'emancipazione sembra restare un miraggio. Se la donna può farsi guerriera o regina sfidando le convenzioni, l'uomo con disabilità deve rassegnarsi a essere un "mostro" sapiente, un mistico lontano dal mondo o un servitore mutilato. Manca, in definitiva, una narrazione che permetta al corpo disabile di essere semplicemente soggetto della propria storia, senza dover necessariamente diventare un’eccezione prodigiosa o un esempio di sofferenza redentrice.

Pierfrancesco De Paolis

Pierfrancesco De Paolis

Umanista per formazione e comunicatore per mestiere, vive con la convinzione che le parole siano strumenti di precisione. Si occupa di smontare la complessità del linguaggio per renderlo accessibile…

Leggi di più →

In totale 349 autori hanno collaborato con Ombre e Luci.

Lascia un commento

Il tuo commento sarà pubblicato dopo approvazione della redazione. L'email non verrà pubblicata.

← Torna al Magazine