Ogni anno, al festival Il Cinema Ritrovato di Bologna, si ripete lo stesso miracolo: per nove giorni, da mattina a sera, cinema e piazze si riempiono di un pubblico proveniente da tutto il mondo, non per vedere grandi anteprime, ma vecchi film. Nel ricco programma sono inclusi grandi classici, film noti ma poco visti, titoli pressoché sconosciuti: è molto difficile lasciare il festival senza avere avuto modo di fare qualche scoperta. Un'altra caratteristica notevole è che molti film vengono proiettati in pellicola, anziché in digitale come d'obbligo nei cinema commerciali, grazie ai mezzi della Cineteca di Bologna che organizza l'evento. I cortometraggi di Eric Duvivier presentati durante la quarantesima edizione sono stati un ottimo esempio dell'esperienza che si può vivere al festival.
Duvivier è stato autore di numerosi cortometraggi di argomento medico prodotti da case farmaceutiche, riguardanti soprattutto psicologia e chirurgia, in cui unì tematiche scientifiche allo stile surrealista. Le sue opere non sono facili da trovare, anche se alcune sono presenti su internet in bassa qualità (ad esempio, su Internet Archive o YouTube). A Bologna, invece, sono stati proiettati sei corti, girati tra il 1961 e il 1977, in versione pellicola 16mm: non solo quindi la qualità di visione era la migliore disponibile, ma chi era presente in sala ha anche potuto osservare il proiezionista armeggiare manualmente con le pellicole e il proiettore, risolvendo sul momento anche i problemi di riproduzione tipici di questi strumenti analogici.
Guardando i film di Duvivier, bisogna ricordarsi che furono realizzati in un'epoca di conoscenze e sensibilità diverse da quelle di oggi, perciò devono essere giudicati tenendo conto del contesto socioculturale di allora. Oggi li analizziamo non solo come primi esperimenti di divulgazione sulle patologie psichiatriche, ma anche come esempi di cinema surrealista. Ballet sur un thème paraphrénique, ad esempio, non è un saggio sulla parafrenia, ma è concepito come una serie di quadri surreali, attraversati con grazia ma anche con timore da una ballerina, che rappresentano allucinazioni e illusioni nelle quali lei si perde, a rappresentare in maniera artistica tale condizione psicologica.
Allo stesso modo, Autoportrait d’un schizophrène non è un saggio su un disturbo simile ma clinicamente più grave come la schizofrenia; interpretato da Pierre Clémenti, narrato in prima persona e girato quasi tutto in soggettiva, mostra la schizofrenia come osservazione di un mondo frammentato, vorticoso, in cui il protagonista vede riflesso il suo volto soltanto come deformato o frantumato.
In Auto-stop – Les cinq grandes constitutions psychopathiques è prevalente il registro grottesco: il comico Jacques Dufilho interpreta cinque personaggi che ricevono un passaggio dall'attrice Dorothée Blanck, ognuno dei quali rappresenta una diversa patologia (il ciclotimico, il perverso, il mitomane, il paranoico, l'emotivo). Dufilho è molto spassoso nel caratterizzare ogni personaggio con le azioni e senza dialoghi, ma alcune esagerazioni o semplificazioni posso risultare anche ingiuste e sgradevoli.
È molto più inquietante Phobie d’impulsion, che mostra le fantasie omicide di una madre nei confronti del figlio neonato. Il timore di perdere il controllo e compiere delle violenze a causa di una fobia d'impulso viene rappresentato attraverso scene che iniziano con la dolcezza del rapporto madre/figlio e poi si tramutano in sequenze da cinema horror, in cui si teme che la protagonista commetta un atto irreparabile sul quale non sembra avere alcun controllo, prima di rivederla cosciente e sconvolta. Duvivier era consapevole della necessità di portare alla luce temi tabù come i disturbi del post partum, anziché nasconderli.
Se invece si volesse vedere un esempio del cinema più sperimentale e creativo del regista francese, Concerto mécanique pour la folie ou la folle mécamorphose ne è un'ottima dimostrazione. Due personaggi affrontano situazioni che appartengono a pieno titolo al surrealismo, con oggetti enormi, personaggi mascherati, azioni impossibili: c'è tutto il campionario di rappresentazione visiva dell'inconscio. Non lo si può definire strettamente un film medico, ma lo si può apprezzare come un esperimento di rappresentazione artistica dell'irrazionale.