Grazie a Dungeons & Dragons, celebre gioco di ruolo da tavolo fantasy creato nel 1974 e oggi arrivato alla quinta edizione, si può essere praticamente qualsiasi cosa. Un elfo che vive per secoli, un barbaro capace di affrontare un drago a colpi d'ascia, un mago che piega le leggi della realtà.
E allora perché qualcuno dovrebbe voler interpretare un personaggio con una disabilità sensoriale, motoria o cognitiva?
La domanda può sembrare provocatoria, ma negli ultimi anni è diventata parte di un dibattito molto più ampio sulla rappresentazione della disabilità nei giochi di ruolo. E proprio il fantasy, il genere nel quale apparentemente tutto è possibile, permette di mettere a fuoco una contraddizione interessante: immaginare mondi senza limiti non significa necessariamente immaginare mondi senza disabilità.
Uno dei casi più conosciuti nasce nel 2020, quando la game designer Sara Thompson, a partire dalla sua disabilità, realizza la Combat Wheelchair, un contenuto homebrew – quindi non una regola ufficiale di Dungeons & Dragons, ma comunque utilizzabile dai giocatori – che introduce una sedia a rotelle progettata per gli avventurieri. Ispirata alle carrozzine utilizzate negli sport come il basket e il rugby, può affrontare situazioni che una normale sedia a rotelle difficilmente potrebbe superare.
L'idea alla base è semplice: un personaggio con una disabilità deve poter partire all'avventura insieme agli altri e diventare un eroe. È qui che una sedia a rotelle in un mondo di draghi acquista un significato che va oltre l'oggetto in sé. Afferma implicitamente che quel personaggio può essere un eroe senza dover passare per la propria guarigione, per quanto la magia la renda narrativamente possibile.
La Combat Wheelchair ha però generato anche critiche, non tutte riconducibili al semplice rifiuto dell'inclusività. Nelle comunità dedicate a D&D è emersa anche una questione più sottile: se una carrozzina fantasy permette di superare qualsiasi ostacolo e annulla tutte le conseguenze della disabilità, stiamo ancora rappresentando una persona disabile oppure abbiamo trasformato la disabilità in un semplice elemento estetico del personaggio? La discussione ha coinvolto anche giocatori con disabilità, con posizioni tutt'altro che uniformi. Ed è probabilmente giusto che sia così.
Non esiste infatti un unico modo "corretto" di portare la disabilità al tavolo da gioco. Un giocatore può desiderare che il proprio personaggio incontri difficoltà simili a quelle che conosce nella vita quotidiana. Un altro può voler interpretare un eroe disabile senza dover simulare continuamente barriere, fatica e discriminazione. Per qualcuno la sedia a rotelle può essere una parte importante dell'identità del personaggio; per qualcun altro soltanto il mezzo con cui si sposta.
E c'è un'ulteriore possibilità, spesso dimenticata quando si parla di rappresentazione: una persona con disabilità potrebbe non avere alcuna voglia di interpretare un personaggio disabile. Anche questa è libertà. Il gioco di ruolo permette di riconoscersi in qualcuno che ci assomiglia, ma permette altrettanto di diventare qualcuno completamente diverso. Forse è proprio questo il contributo più interessante che i giochi di ruolo possono dare alla rappresentazione della disabilità. Non stabilire quale sia il modo giusto di raccontarla, ma moltiplicare le possibilità. Perché un mondo fantastico davvero libero non è necessariamente quello in cui la magia ha eliminato ogni disabilità. È quello in cui anche un corpo diverso non ha bisogno di essere aggiustato prima di poter diventare protagonista.