Il primo miracolo è che Dario non scappa via, appena finito di mangiare, per andare a vedere la televisione. Dobbiamo scrivere “una cosa per Mariangela” e abbiamo bisogno di fargli qualche domanda su Fede e Luce. È pronto?
Si stringe nelle spalle come fa quando vuole dire si senza mostrare troppo entusiasmo e nascondere un po’ di paura per i suoi sei anni che si inorgogliscono davanti a domande difficili, ma non sono proprio sicuri di riuscire a rispondere. È pronto? Via.
Qual è il tuo primo ricordo a Fede e Luce, chiediamo io e Mara quasi in coro.
“Lourdes, la grotta della Madonna, la festa col poncho azzurro”.
Scava scava, scopriamo che non è la prima cosa che ricorda, ma la prima che gli viene in mente, l’emozione più forte. Proviamo a rispondere anche noi. Mara ricorda un’elezione di responsabile regionale a Viterbo. Furono i suoi primi giorni di vita comunitaria, pochi ma indimenticabili. Provò una emozione grande quando lasciò Dario che allora non aveva ancora tre anni a dormire da solo in camera: il bambino si svegliò e vagò per i corridoi della casa finché un amico non lo raccolse. Piano piano Fede e Luce ci aiutava a sentire i figli meno nostri, cioè nostri nel modo più giusto.
Io invece alla domanda sul primo ricordo di Fede e Luce avrei risposto come mio figlio. E questa coincidenza mi dà quasi fastidio: ma come, viviamo nelle nostre comunità ogni giorno, ogni festa, ogni telefonata e poi ci ricordiamo di più di un posto lontano dove andiamo una volta ogni dieci anni? E invece è così. È vero pure che né io né Dario abbiamo bisogno di grandi sforzi per aggiungere altri ricordi.
I campeggi naturalmente Dario ricorda di quando lavava il pavimento con Antonio Menga e Mariella, andava a riempire l’acqua e buttare l’immondizia, faceva il chierichetto. Forse per la prima volta mi rendo conto di quanta parte abbia Fede e Luce nella formazione di un bambino che ha la fortuna di conoscerla da sempre.
Non faccio in tempo a compiacermi di questo pensiero che arriva subito una specie di delusione. Mara gli chiede: “Cos’è Fede e Luce?”. E lui dice: “Una comunità di ragazzi malati”. Tonnellate di eufemismi al macero in un attimo, tutta la sofferenza dei nostri ragazzi, delle mamme, dei papà, dei fratelli e delle sorelle condensata in un aggettivo che ci ferisce come se fosse un nostro personale fallimento. Volete che i bambini vengano a voi? E allora beccatevi anche la loro naturale brutalità. Già da tempo pensavo che negli incontri di comunità si applaude, si ride e si scherza a volte troppo. Mi chiedevo fino a che punto i ragazzi (specialmente alcuni, penso agli autistici più gravi che vivono ogni rottura del ritmo di vita, ogni tono eccessivo, ogni emozione forte come un’aggressione al proprio inafferrabile mondo) si divertono con noi o invece accettano passivamente, in nome dell’amicizia che ci lega, quello che succede intorno a loro. L’aggettivo usato da mio figlio mi riporta alla mente tutto questo: ancora una volta devo dirgli grazie.
- Vito e Mara Giannulo, 2003