Mario Paolini si è occupato per 40 anni di persone con disabilità e della formazione di familiari, insegnanti, educatori e operatori. Lo interpelliamo per il suo impegno al racconto nelle scuole di quanto avvenuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento nei Paesi occidentali, di eugenetica e della macchina di morte messa in moto nell’intento di normalizzare una presunta razza.
Si tratta di una storia che ha pochi testimoni, per decenni completamente rimossa e, per alcuni versi, ancora non pienamente elaborata: come e perché ha trovato modo di emergere?
Credo che la conoscenza della vicenda dello sterminio delle persone con disabilità e malate di mente durante il nazismo offra a ciascuno di noi un’opportunità per riflettere. Non è semplice oggi parlare di orrori che a volte impallidiscono rispetto ad altre atrocità nel mondo a cui ci siamo abituati; non è semplice parlarne ai ragazzi a scuola ma osservo che si è smesso di parlarne anche tra adulti. Furono circa 300mila le vittime, cittadini tedeschi, ritenute persone di serie B «Nuzlose Esser», mangiatori inutili, «vite indegne di vita». Per loro, prima di tutti gli altri, vennero progettati e realizzati luoghi e sistemi per l’eliminazione. La scienza nell’Ottocento, in particolare la medicina e la nascente psicologia, cercarono di definire le basi scientifiche dell’ineguaglianza, tesi poi largamente disconfermate ma evidentemente ancora ricche di attrattività negli atteggiamenti sovranistici e razzisti, nutriti di paure e di ignoranza, oggi così presenti. Il nazismo costruì le basi politiche per realizzare qualcosa di cui si parlava da tempo nei salotti delle élite della comunità scientifica e giuridica, alimentato dalle credenze eugenetiche all’epoca diffuse nei Paesi dell’Occidente, in primis negli Stati Uniti. Il programma T4, e ciò che continuò nelle cliniche psichiatriche fino a dopo la fine della guerra, era segreto ma venne realizzato sotto gli sguardi distratti di bravi cittadini, presi da altri problemi, stanchi. Non c’erano i cattivi in divisa e voci come un abbaiare di cani; le persone coinvolte erano medici, infermieri, mediocri giovani rampanti che fecero carriera nel partito. Conoscere quella vicenda obbliga guardare sé stessi allo specchio e chiedersi: cosa avrei fatto io allora se fossi stato lì? Obbliga a riflettere non tanto sul rischio del nazismo in sé, ma di quello del nazismo in me. Perché è da lì che si comincia. Nonostante ci sia stata una sessione specifica al processo di Norimberga, per molti anni questa vicenda è stata coperta di silenzi, in parte complici. Solo a partire dagli anni Ottanta, grazie alla psichiatria democratica di ispirazione basagliana, si è cominciato a parlarne, a scriverne, dando parola ai pochi superstiti vivi e aprendo le cartelle cliniche rimaste per raccontare le storie di uomini e donne che non fecero la storia, vite minori, corpi e cervelli su cui si fecero ricerche scientifiche di cui tutti abbiamo beneficiato.
Per i giovani a cui si rivolge si tratta di fatti avvenuti un secolo fa: come racconta questa storia perché sia legata al loro presente e non divenga una semplice formalità commemorativa?
Il mio modo di parlarne ai ragazzi quando li incontro è cambiato rispetto a quando ho iniziato anni fa. Loro sono cambiati, sono cambiato io, è passato tempo e credo che raccontare questi fatti senza prepararsi all’incontro con i ragazzi, illudendosi che basti ripetere le solite frasi fatte, sia un’occasione persa. Anni fa, venni invitato a parlare di questi fatti in una scuola a Marzabotto. Dopo la mia “lezione” incontrai i ragazzi di un paio di classi; la mia prima domanda fu: «Non ne avete le scatole piene di chi pensa che, per il solo fatto di abitare da queste parti, dovete conoscere perfettamente la storia, essere antifascisti di default?». Un ragazzo mi rispose questo: «Hai ragione, è proprio così. Ma quando arriva uno come te che le cose ce le racconta e ce le spiega bene, ci dà spunti per pensare con la nostra testa, allora è diverso». Prima di parlare studio, cerco di immaginare cosa farò e mi preparo per gli imprevisti; arrivo sempre mezz’ora prima per verificare che tutto funzioni, trovo poco rispettoso far perdere attenzione con banali intoppi tecnologici. So anche che i tempi di attenzione dipendono principalmente da me, quindi devo essere concentrato per aiutarli a entrare dentro la complessità, a riflettere non sui numeri (che più sono grandi e più spersonalizzano) ma su di un singolo, che si tratti di una vittima o di un carnefice. Per questo dedico sempre i minuti finali a raccontare l’esperimento Milgram del ’63 [condotto dallo psicologo sociale Stanley Milgram negli Stati Uniti, fu concepito a seguito del processo ad Adolph Eichmann per studiare il comportamento di soggetti ai quali un’autorità, nel caso specifico uno scienziato, ordinava di eseguire delle azioni in conflitto con i valori etici e morali dei soggetti stessi, ndr].
Come rispondono al racconto e, soprattutto, cosa domandano?
Chiedo sempre che gli insegnanti li preparino prima, ne parlino, e questo fa la differenza: se non ci sono queste condizioni non sono disponibile. Mi è capitato di parlare di fronte anche a 300-400 ragazzi in un’aula magna, ho sempre trovato ascolto, attenzione, tensione crescente e voglia di parlare. Di solito, anche prima dei divieti, non vedo telefonini o facce annoiate, vedo occhi che pensano. Non è facile fare domande quando si parla di queste atrocità, ma qualche volta uno alza la mano e altri poi lo seguono. Vogliono conoscere, non è facile sintetizzare in poco tempo la vicenda; le domande più interessanti me le fanno in privato, alla fine, perché c’è una timidezza che va rispettata.
Nei suoi libri e nel suo lavoro ha dato importanza alla questione della rappresentazione mentale che abbiamo della persona con disabilità: rispetto ai giovani che incontra, a che punto siamo?
Uno dei motivi che mi ha spinto ad approfondire la conoscenza dello sterminio delle persone con disabilità e dei malati di mente durante il nazismo è proprio la convinzione che l’incontro tra le differenze sia e resti delicato, difficile. In genere chi si occupa di persone con disabilità viene percepito come uno “buono” (quante volte a chi ci chiede «che mestiere fai?» rispondiamo che ci occupiamo di persone con disabilità, sentendoci dire: «bravi, eh… – sospiri… – è proprio una missione»). E poi si scopre che ottant’anni fa gente che faceva il mio stesso mestiere ha fatto quel che ha fatto? Spesso le persone con disabilità sono ancora pensate come eterni bambini da proteggere o come malati da curare; persone di cui qualcuno si deve occupare. Un po’ più difficile agire per favorirne l’autodeterminazione, pensando che, come tutte, chiedono civismo e non pietismo. Il civismo richiede una neocorteccia pensante mentre le rappresentazioni mentali che ci costruiamo dell’altro da me sono più immediate, di pancia. Ho scritto che i ragazzi di oggi non sono solo nativi digitali, sono nativi inclusivi, perché hanno l’opportunità di incontrare a scuola sia le disabilità che altre differenze, di orientamento sessuale, di colore della pelle e così via. Sta a noi adulti far sì che siano incontri positivi e non alimentino invece paure e pregiudizi. L’inclusione si realizza così. Molte cose sono cambiate in meglio rispetto a pochi anni fa, ma si tratta di conquiste di civismo ancora fragili ed è importante continuare a far crescere accanto alle conoscenze tecniche e procedurali le conoscenze che umanizzano le relazioni. Il lavoro di cura è faticoso; il migliore progetto educativo – oggi si parla tanto, a volte a sproposito, di «progetto di vita» – ha senso se si riflette nel quotidiano, se produce cambiamenti non solo nei confronti della persona fragile ma anche nelle persone e nei contesti.