Cattedrale di Raymond Carver - Recensione

La recensione del racconto incluso nell'antologia a cura di Armando Buonaiuto, Racconti Spirituali (Einaudi, 2020)
Cattedrale di Raymond Carver - Recensione
(foto archivio Ombre e Luci)

Vi può piacere o non piacere Raymond Carver, può addirittura lasciarvi indifferenti lo scrittore e poeta statunitense considerato il padre del minimalismo letterario, ma davvero vi invitiamo a leggere (o a rileggere) il racconto Cattedrale, ora incluso nella densa raccolta Racconti Spirituali (Einaudi 2020) a cura di Armando Buonaiuto.

Da poco rimasto vedovo, un vecchio amico della moglie del protagonista verrà in visita fermandosi per una notte: l’uomo-narratore non è affatto contento, né fa nulla per nascondere il suo disappunto. Bastano poche pennellate per inquadrarlo: misantropo, non ha amici (o almeno di questo lo accusa la moglie), è amaro, imbottito di luoghi comuni e certo il fatto che l’ospite sia non vedente rende tutto ancor più “sgradevole”. Il fatto stesso che il narratore si prenda la briga di farci conoscere il nome di Robert, il cieco, solo alla sesta pagina del racconto è illuminante del suo sguardo inceppato.

Al contrario, servirà più di qualche pennellata – tutta la cena e tutto il lungo dopocena – perché il protagonista riesca finalmente a vedere Robert. E a vederlo con i sensi del cieco, non con quelli del vedente. È il solito dettaglio carveriano che arriva a scompaginare le carte. E che lascerà, per tanti motivi, il protagonista scosso. Trasformato.

«Stesa la carta sul tavolino – scrive Buonaiuto nel commento che segue il racconto – il cieco chiude la sua mano su quella dell’uomo: “Disegna. Vedrai”. In quel vedrai non c’è solo un’esortazione, ma una promessa che mi porta alla mente l’episodio evangelico del cieco di Betsaida. Di quei versetti, però, è come se Carver tratteggiasse la figura rovesciata, poiché non è il vedente a curare il cieco, ma Robert, il cieco, a guarire il vedente. Ed è curioso notare come, tanto nel vangelo di Marco, quanto nelle pagine di Carver, bisognerà che le mani guaritrici siano imposte due volte prima che la visione sia perfetta».

I rimandi di Buonaiuto sono intriganti, specie nel sottolineare come la visione sia perfettibile anche dopo che il deus ex machina è entrato in scena. Però per il protagonista non c’è un ritorno alla condizione di sano, implicito nella categoria della guarigione. Per quest’uomo amaro, sgradevole e prevenuto verso tutto, abitante tipico delle pagine di Carver, c’è piuttosto un ribaltamento completo. Assoluto. È la dinamite della condivisione. “Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo la sensazione di non stare dentro a niente”. Finalmente.

Giulia Galeotti

Giulia Galeotti

Dopo il post dottorato e tanti lavori, Giulia ha iniziato a collaborare con diverse testate, prima di fermarsi all’Osservatore Romano, dove dal 2014 è responsabile delle pagine culturali e dal 2019…

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