Cristo con gli alpini - Recensione

Carlo Gnocchi, Ed. Mursia 2008 pp. 124
Cristo con gli alpini - Recensione
Foto di Steve Johnson su Unsplash
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Questo libro — come dice la prefazione — è "un atto di fede gettato nella follia della guerra, un gesto di speranza dedicato a coloro che non ripetevano più questa parola".
Scritto in una prosa asciutta che spesso diventa poesia, don Carlo ci accosta con riserbo e delicatezza alla immane e indicibile sofferenza dei nostri soldati/alpini in Albania, in Grecia, in Russia soprattutto.

Il gelo, le bufere di neve, la steppa sterminata; le interminabili file di uomini spogliati di ogni dignità umana, arrancare estenuati eppur forti e virili nell’intimo; la brama ossessiva di un pezzo di pane, di una sosta, di un focolare...

In mezzo a tanta desolazione e assurdo dolore, qua e là, don Carlo dissemina sprazzi di umanità e di alto senso cristiano che fanno di lui, cappellano alpino fra i suoi alpini, un esempio di padre e di fratello indimenticabile; tale da far dire oggi a un suo amico e compagno della stessa campagna di Russia: "Quanto manca alla nostra Italia una persona come don Gnocchi".

La costruzione di una chiesetta in legno; l’altarino da campo trasportato ovunque a dorso di mulo; l’icona dipinta a olio in bianco e nero da un artigliere (la tela, un asciugamano; l’olio recuperato da una scatoletta; il pennello..."fregato in fureria"); le benedizioni/assoluzioni impartite ai suoi alpini prima di un assalto. Le lettere da casa, sapore tenero di famiglia, quelle che arrivano e quelle che non arrivano...

Per invitare a leggere questo prezioso libro, farlo conoscere, proporlo per la scuola, perché non si dimentichi il sacrificio di tanti nostri soldati e perché si ritrovi un po’ di quell’amore per la Patria che tanto li ha sostenuti, riporto uno dei brani che non potrò dimenticare:
"...tutti hanno compiuto opera veramente sovrumana. Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio. Non è sovrumana maestà quella del capitano Grandi che, ferito a morte, vedendo intorno alla slitta il cerchio silenzioso dei suoi alpini "Che cosa sono — gridò — questi musi duri? Su ragazzi, cantate con me: "Il Capitano sì l’ è ferito, sì l’è ferito: sta per morir"

E allora sulle desolate distese della steppa invernale, si levò un lesto e mesto corale d’alpini, portato dal vento gelido della sera e guidato dalla voce sempre più fioca di un morente: "Il primo pezzo... il terzo pezzo alla mia mamma... il quinto pezzo alla montagna che lo ricopra di rose e fior".

Redazione

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