La vulnerabilità appartiene alla condizione umana e ci interroga continuamente sul senso della responsabilità collettiva. È, infatti, una condizione che attraversa l’intera esistenza in molte forme: malattia, disabilità, età avanzata, disagio psichico, dipendenze, fragilità economica o sociale. Nessuno può dirsi completamente immune da momenti di debolezza o bisogno. Per questo, una società autenticamente civile si misura soprattutto dalla capacità di proteggere chi non riesce, temporaneamente o stabilmente, a tutelare da solo i propri diritti e interessi.
Emerge, dunque, il valore autentico di una comunità di diritto: la capacità di prendersi cura di chi è più fragile, mettendo al centro non il problema, ma la persona e la sua dignità. Parlare di vulnerabilità non significa parlare soltanto di debolezza: significa riconoscere che ogni persona, in determinate circostanze, può aver bisogno dell’aiuto degli altri. La fragilità non diminuisce il valore umano; al contrario, richiama la responsabilità della comunità verso chi rischia di essere escluso, manipolato o abbandonato. Una società che sa prendersi cura delle persone più fragili costruisce anche relazioni più giuste e più umane. Ogni intervento di protezione dovrebbe partire, dunque, da questa convinzione: la persona umana possiede una dignità inviolabile, un portato valoriale immenso, indipendentemente dalle sue condizioni fisiche, economiche o psichiche. Anche quando una persona perde parte della propria autonomia, non perde mai il proprio valore.
Tutela e amministrazione di sostegno
Nel sistema giuridico italiano, allora, accanto alla solidarietà familiare e sociale, esistono figure specifiche pensate per offrire protezione concreta alle persone fragili: il tutore e l’amministratore di sostegno. Si tratta di ruoli diversi ma accomunati da una stessa finalità: mettere la persona al centro tra dignità, capacità di autodeterminarsi e bisogni concreti.
La tutela è un istituto del Codice civile (art. 357 c.c.) previsto per i casi più gravi di incapacità. Il tutore viene nominato dal giudice per rappresentare una persona che non è in grado di provvedere autonomamente ai propri interessi, come nel caso dei minori privi dei genitori o degli adulti dichiarati interdetti. Il tutore agisce in nome e per conto della persona tutelata e assume responsabilità importanti nella gestione patrimoniale, sanitaria e amministrativa. Il suo compito non è soltanto burocratico, ma profondamente umano: deve operare nell’esclusivo interesse della persona fragile, garantendone benessere, sicurezza e diritti fondamentali. Essere tutore significa quindi esercitare una funzione di protezione che richiede equilibrio, senso etico, capacità di ascolto e rispetto della dignità della persona assistita.
Nel tempo, anche il diritto ha evoluto il proprio approccio. Se in passato prevaleva una logica sostitutiva e formale, oggi si tendono a privilegiare strumenti di protezione personalizzati, capaci di salvaguardare l’autonomia residua della persona fragile. In questo contesto assume particolare importanza anche la figura dell’amministratore di sostegno, introdotta nell’ordinamento italiano con la Legge n. 6 del 2004. Questo istituto nasce con una finalità innovativa: offrire una protezione «su misura».
L’amministratore di sostegno interviene nei confronti di soggetti che, a causa di infermità o menomazioni fisiche o psichiche, incontrano difficoltà nel provvedere ai propri interessi. Può trattarsi di anziani fragili, persone con disabilità, malati degenerativi, soggetti giovani ma con disturbi cognitivi o persone temporaneamente incapaci di gestire aspetti della propria vita. È una figura che investe la fragilità a tutto campo, e proprio per questo la sua caratteristica fondamentale è la flessibilità.
Il giudice stabilisce in modo preciso quali atti l’amministratore può compiere e quali restano invece nella disponibilità della persona assistita. In questo modo si evita una limitazione generalizzata della capacità di agire, favorendo il mantenimento della maggiore autonomia possibile e nel rispetto della capacità di autodeterminazione.
Il servizio reso da tutori e amministratori di sostegno rappresenta quindi non soltanto un istituto giuridico, ma un’autentica espressione di civiltà e solidarietà sociale. L’amministratore di sostegno e il tutore sono chiamati a custodire la dignità della persona fragile, rispettandone la volontà, la storia, i bisogni e le relazioni affettive.
L’approccio cristiano
L’approccio cristiano invita a vivere questo ruolo non in modo autoritario, ma come servizio fondato sull’ascolto, sulla pazienza e sulla solidarietà. La persona assistita non deve essere vista come «un problema da gestire», bensì come un essere umano portatore di diritti, valori e speranze, anche quando la malattia, l’età avanzata o il disagio sociale ne limitano l’autonomia.
Nella mia esperienza di tutore di minori italiani, minori stranieri non accompagnati e amministratore di sostegno di persone fragili, ho imparato ad approcciarmi alla vulnerabilità sociale in una prospettiva cristiana, dove forte è il richiamo al dovere della cura verso ogni persona riconosciuta come portatrice di una dignità inviolabile. Ho imparato l’importanza della relazione.
Accompagnare una persona fragile, sia essa adulta o minorenne, italiana o straniera, oltre che offrire copertura giuridica ai suoi interessi, significa soprattutto promuoverne il bene integrale, favorirne la partecipazione alla vita sociale, sostenerne i legami familiari, contrastando ogni forma di abbandono o indifferenza. Ho sperimentato nell’arco degli anni quanto fosse necessario coltivare anche una dimensione etica dei due istituti: essere presenza affidabile, capace di coniugare competenza, equilibrio e umanità.
La mia scelta, il mio servizio
La scelta di esercitare la mia professione nel delicato campo dei diritti che attengono alla Persona e che investono valori fondamentali quali la sacralità della vita, la dignità umana, la famiglia, la crescita, l’educazione e la promozione del minore, il rispetto e la libertà di coscienza dei più deboli e degli indifesi nasce dalla profonda convinzione: quella che il diritto sia, in primo luogo, a servizio dell’individuo, nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale e insieme della sua dimensione sociale; nasce dalla grande aspirazione – coltivata nel proprio percorso di vita e in quello formativo, universitario e professionale – alla verità, al bene e alla giustizia.
I principi alti legati all’individuo, in tutte le sue espressioni, rappresentano dunque i criteri guida sottesi al mio agire morale, etico e professionale. Il mio percorso di fede, che ogni giorno mi chiede conferme, mi ha portato a considerare la vulnerabilità non come una condizione di minor valore, ma come una realtà che interpella la mia coscienza individuale: i due ruoli, che su incarico dell’autorità giudiziaria mi ritrovo spesso a ricoprire, diventano figure di mediazione umana oltre che giuridica. Divento garante dei diritti, della protezione e della qualità della vita di persone, spesso esposte al rischio di isolamento, abuso o esclusione sociale. La tutela giuridica e il mio servizio si incontrano in una missione comune: proteggere la persona senza sostituirsi completamente a essa, valorizzandone le capacità residue e promuovendone il rispetto, la dignità e il diritto a una vita quanto più possibile libera e inclusiva.
In ascolto degli episodi evangelici
Quando mi trovo a dover affrontare situazioni difficili (anziani soli, minori privi di riferimento, persone ricoverate in struttura, o senza fissa dimora, uomini e donne disperati senza progettualità) mi vengono spesso in mente episodi evangelici: Gesù si avvicina continuamente ai poveri, ai malati, agli esclusi, a coloro che la società considera marginali, mostrando che il valore della persona supera ogni giudizio sociale. I suoi incontri con gli uomini e le donne che abitano la Storia mi ricordano che ogni vulnerabilità diventa un luogo privilegiato di incontro umano e spirituale, nel quale emergono la scintilla divina, il bisogno di solidarietà, la responsabilità collettiva e il dovere della cura reciproca; mi ricordano che la vulnerabilità non rappresenta sempre una debolezza.
Mettere al centro la persona significa, allora, sforzarsi ogni giorno di ascoltarla, rispettarne la storia, custodirne i desideri accompagnandola con delicatezza nelle scelte quotidiane. Significa comprendere che dentro ogni fascicolo, sia di minore che di beneficiario, esiste una vita concreta, fatta di relazioni, paure, speranze e bisogno di dignità. Dietro ogni firma, ogni richiesta al giudice, ogni decisione, ho imparato a sforzarmi di vedere una persona da promuovere.
Persone, prima che fascicoli
Quando si pensa al tribunale, quale autorità competente per le tutele e le amministrazioni di sostegno, dove i giudici dispongono, decidono, autorizzano o vietano, si è portati a immaginare un’autorità giudiziaria come un grande eroe dai super poteri. Dietro un decreto che nomina tutori e amministratori di sostegno ci sono invece giudici che vedono persone prima che fascicoli.
Il tribunale per i minorenni, con il quale collaboro in qualità di tutore, è una giurisdizione di progettualità, dove la prospettiva è solo quella dell’interesse superiore del minore: ho conosciuto giudici che fanno discernimento e pregano prima di scrivere, che abbracciano e consolano quando devono spiegare verità forti, che disegnano progetti insieme ai bambini, che promuovono e combattono; che sono dei veri paladini della luce. ì Sono giudici che difendono la giustizia, per il minore, a qualunque costo. Il giudice tutelare, dal quale ricevo le nomine come amministratore di sostegno, è il giudice delle persone, che guarda, ascolta e progetta. Non condanna, ma promuove.
Tutti noi operatori in questo campo riceviamo dalla legge poteri importanti. Possiamo, e a volte siamo costretti, a prendere decisioni delicate riguardanti la sacralità della vita, la malattia, la salute, il patrimonio o la vita quotidiana dei tutelati. Questo potere, porta con sé il rischio di diventare semplice amministrazione, soprattutto nella società di oggi che è spesso segnata dall’individualismo, dalla fretta e dalla cultura dell’efficienza. Ho imparato nel corso degli anni che la fede può cambiare la prospettiva, può aggiungere motivazioni interiori che fanno la differenza, tra giudici, tra colleghi, tra tutori e amministratori di sostegno: la consapevolezza di servire Cristo attraverso il servizio ai più fragili; il desiderio autentico di operare con carità e misericordia per un bene più grande; la capacità di vedere nell’individuo vulnerabile non soltanto un assistito, ma una persona; la convinzione che ogni gesto di cura abbia un valore umano e spirituale e possa contribuire a migliorare e a migliorarsi.
Oltre il minimo indispensabile
La fede spinge il cristiano a non fermarsi al minimo indispensabile, lo spinge a non accontentarsi, a non scendere a compromessi. Lo porta a vivere il servizio con cuore, sacrificio, compassione e senso di responsabilità morale. La persona vulnerabile che affida ad altri gli aspetti delicati della propria esistenza deve essere messa al centro, merita una società più umana. E una società più umana nasce prima di tutto dalla cura degli ultimi.