Il progetto di vita ha visto la sua riforma organica nel 2024 con il Decreto legislativo 62, attuativo della legge delega sulla disabilità; per la sua applicazione – in modo poco consueto – è prevista una fase di sperimentazione tra il 2025 e il 2026 in alcune province individuate; dal 1° gennaio 2027 entrerà a regime sull’intero territorio nazionale. «Si tratta di un percorso personalizzato, costruito con la persona e la sua famiglia, che tiene conto dei desideri, delle inclinazioni, delle potenzialità e dei bisogni specifici. Un piano che comprende istruzione, lavoro, abitare, socialità, salute e tempo libero». Una gestazione lunga, se pensiamo che il principio era già presente nella Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità del 2006, ratificata dal nostro Paese nel 2009. Altre leggi italiane ne avevano recepito l’impianto, ma mancava ancora una cornice unitaria capace di renderlo effettivamente esigibile.
Ora, perché questo accada davvero, saranno necessari sguardi e contesti capaci di riconoscere senso alla vita di ogni persona e al futuro che immagina e desidera. Occorrerà superare risposte settoriali e standardizzate, che non colgono l’unicità delle persone né intercettano le domande dei genitori sul futuro dei figli quando la loro presenza non basterà più. Ma non basteranno servizi efficienti a coordinare questo processo: molto dipenderà dalla qualità dell’accoglienza che sapremo offrire nei contesti di vita, di lavoro, di sport, nelle comunità ecclesiali e nel tempo libero.
Nel frattempo, l’invito è a mettere ciascuno un tassello per costruire quel futuro, anche leggendo tra le pagine di questo numero: ascoltando le persone e i loro desideri, riflettendo sulle nostre responsabilità, riconoscendo e seguendo buone strade. Se oggi il ruolo dei singoli può sembrare tanto marginale nelle grandi decisioni, restano ambiti concreti in cui le nostre scelte quotidiane possono fare una differenza decisiva per il futuro delle nostre comunità.