Pregando su una sedia imponente e semplice

Giulia Galeotti racconta il suo primo incontro con Mariangela questa signora dai capelli bianchi e gli occhi chiari che in poche battute – tenerissime ma lapidarie – era riuscita a dare un nome, e un verso, a molte cose
Pregando su una sedia imponente e semplice
Mariangela Bertolini (foto archivio Ombre e Luci)
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 10 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

È una mattina di settembre. Io e Jean Vanier siamo seduti in un salottino di Santa Marta, l’albergo vaticano diventato improvvisamente celebre dopo che Francesco lo ha scelto come sua dimora. Ci aggiorniamo sulle novità che ci sono successe dall’ultima volta ci siamo visti, tra le altre, una – che condividiamo – ci incupisce lo sguardo. E così, su queste sedie così imponenti ma così semplici, ci ritroviamo a pregare per Mariangela.

Imponente e semplice, tenerissima e granitica. È questa l’armonica opposizione che, ai miei occhi, racconta Mariangela Bertolini. Perfettamente in linea con chi è stata e con l’eredità che ci ha lasciato, la prima volta che incontrai Mariangela mi parlò con i fatti. Eravamo in treno, di ritorno da Lourdes, dall’ultimo Lourdes internazionale che Fede Luce abbia conosciuto nella sua storia. Pasqua 2001. Io – entrata nel gruppo di San Roberto di Roma da pochi anni – dopo quelle giornate così ricche e così colme, ero un coacervo di stati d’animo configgenti.

Non ricordo il casus belli, ma mentre stavo parlando con una mamma di un’altra comunità, si inserì nel discorso questa signora dai capelli bianchi e gli occhi chiari.

Inizialmente ne fui molto infastidita. Ero partita per Lourdes impastata di razzismo intellettuale, convinta che sarei andata a vivere una sorta di festa della primavera allargata e un po’ superstiziosa, invece tanti tasselli mi avevano scompaginato le carte: oltre a un indubbio e profondo senso di pace, infatti, non riuscivo in alcun modo a ordinare le sensazioni. Invece, in poche battute – tenerissime ma lapidarie, appunto – questa signora sconosciuta, mai notata prima, era riuscita a dare un nome, e un verso, a molte cose. Una mamma? Un’amica? Una parente? Una responsabile di comunità? Una persona capace di leggermi nel pensiero?

Poi, una volta scesa dal treno, Vella mi rivelò: “è la fondatrice”.

Negli anni, Mariangela è stata per me l’esempio di come vivere nel quotidiano, in un’accoglienza senza fronzoli, l’appartenenza a Fede e Luce. Sarà stato il suo essere insieme un’amica e una madre, una fondatrice e una donna di fede? Non lo so. So però, con certezza, che i colloqui con lei – al telefono, in auto attraversando Roma nel traffico, attendendo che venisse premiata..., tra le pieghe di tante feste di apertura – hanno arricchito, pian piano, la mia vita. Perché – mi ha insegnato, con i fatti, Mariangela – Fede e Luce penetra sotto pelle e cambia, meravigliosamente, la tonalità della abbronzatura per sempre.

Un movimento è come una pianta. Diventa qualcosa di altro rispetto al seme, ma è al seme che deve tutto. “Ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.(…) Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere” (Matteo 7, 17.20). Mariangela Bertolini sta tutta qui, in questo passo del Vangelo.

Giulia Galeotti, 2014

Giulia Galeotti

Giulia Galeotti

Dopo il post dottorato e tanti lavori, Giulia ha iniziato a collaborare con diverse testate, prima di fermarsi all’Osservatore Romano, dove dal 2014 è responsabile delle pagine culturali e dal 2019…

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