Dopo il suo primo libro, Crudele dolcissimo amore, Chiara M. torna a parlare di sé, della sua vita di donna costretta, da una dolorosa malattia, a rinunciare a sé, al suo aspetto, alle sue abitudini, al suo lavoro di infermiera. In poco tempo ha dovuto riconsiderare tutta la sua esistenza per far spazio ad un male insidioso che l’ha anche portata a dover pensare concretamente alla morte.
La vita fin dall’infanzia l’ha dotata di una "scorza" dura che le ha permesso di preservare un animo eccezionalmente resistente alla tempesta della malattia. Parla direttamente con lui, lo chiama il Socio, discute la sua situazione alternando a momenti di sconforto estremo, veri e propri inni alla vita, all’Amore.
Non si rimane indifferenti alla sua storia e al suo modo di raccontare il dolore, qualunque sia il proprio credo. Questo è uno di quei libri per i quali si potrebbe avere una reazione di rifiuto; un moto di scetticismo potrebbe condurre il lettore a non terminarlo, a lasciarlo in sospeso come succede con le faccende irrisolte.
Infatti il racconto di Chiara M. va a toccare quelle "faccende" irrisolte che ognuno, a suo modo, affronta o è costretto ad affrontare presto o tardi nella vita. La sofferenza estrema, come quella per una brutta malattia e la conseguente, umana, ricerca di una motivazione, di un senso, sono "faccende" private che prevedono percorsi personalissimi. Chiara M. propone il suo percorso senza la pretesa di spiegare il dolore ma testimonia il suo modo di affrontarlo con dignità ed infinita speranza. Il lettore potrà domandarsi che genere di malattia abbia l’autrice. Le ho scritto una e-mail (in fondo al libro ci sono gli indirizzi per chi voglia contattarla) e lei mi ha risposto così:
"Non credo sia importante per il lettore sapere il nome della mia malattia. Per me, questo è solo un tramite, che mi ha permesso di vivere un’esperienza di questa portata. Siamo ormai abituati dai mass media a sapere "di tutto e di più" di ciascuno. Forse bisogna recuperare il senso del rispetto, del non voler a tutti i costi sapere ma accettare ciò che l’altro sente di poter comunicare, senza forzare le cose. Il messaggio che voglio trasmettere va oltre una diagnosi, va oltre una cartella clinica, il dolore non può essere "etichettato". Il dolore è universale e proprio per questo motivo voglio arrivare ai cuori delle persone non per un tipo di malattia (si correrebbe il rischio in partenza di "selezionare" ) ma per ciò che la malattia, il dolore, hanno provocato nella mia anima. Questo è importante secondo me, il resto passa in secondo piano".
"La luce non può sussistere senza la sua ombra. Vanno a braccetto. Più l’ombra è grande, più la luce risplende. Tutto questo ha un costo. Che periodicamente pago di persona".
Laura Nardini , 2008
