Il progetto di vita ha senso solo se si riconosce un senso alla vita

Percorsi nella diocesi ambrosiana
Il progetto di vita ha senso solo se si riconosce un senso alla vita
Don Mauro Santoro

Quando andavo a fare le benedizioni nelle case – erano gli anni Duemila – ho conosciuto ragazzi con disabilità che non uscivano se il contesto non era accogliente nei loro confronti. C’erano centri ma non c’era accoglienza. Sappiamo bene che il tema sui diritti ha fatto passi da gigante sulla considerazione della dignità delle persone con disabilità quando, nel 2006, venne scritta la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Un tema che intercettava anche aspetti importanti della dottrina sociale della Chiesa nella dignità della persona. Questa sensibilizzazione non vuol dire che tutti i diritti siano garantiti e rispettati: il progetto di vita sottolinea l’importanza che le persone con disabilità possano esprimere con libertà i desideri senza che solo qualcuno decida per loro.

Tuttavia, ci accorgiamo che questo non garantisce ancora un’accoglienza piena. Perché paternalismo e stereotipi hanno caratterizzato per tanti anni le nostre comunità? Di cose belle ne stanno avvenendo… D’altra parte, ci sono delle fatiche che è bene sottolineare, per capire come possiamo aiutare le nostre comunità.

La prima è la sensazione che, quando una comunità, un oratorio, una parrocchia accoglie una persona con disabilità, questa sia una gentile concessione. Hai la sensazione che potresti anche non farlo perché non è compito tuo. Oppure quando il tema è sul problema e la sua soluzione: un po’ come nel paradigma riabilitativo, se c’è qualcosa che non va lo risolviamo. Oppure quando non ci sentiamo all’altezza: se da una parte è comprensibile, dall’altra può essere anche una scusa. Sembra un’attenzione che si ha nei riguardi della persona con disabilità; eppure, forse può essere un atteggiamento di chi, dietro al non sentirsi all’altezza, trova un modo per escludere.

La domanda che interroga anzitutto noi comunità cristiana ma anche operatori, professionisti, qualsiasi persona… è: per noi la vita di una persona con disabilità ha senso? Una persona con disabilità ha diritto di trovare un suo senso nella vita, di trovare ciò per cui è venuto al mondo, per cui si sente chiamato, per cui si sente incline? E non sto parlando solamente della persona con disabilità simpatica, carina, che ha degli strumenti. Questo discorso di senso vale molto di più per chi ha bisogno di sostegni importanti. Non è al mondo per caso o per sbaglio. Il loro esserci ha un senso in questa vita e chiedono, come tutti, di cercare il proprio senso della vita.

Perché un progetto di vita abbia senso e non si riduca a un aspetto tecnico organizzativo o un artefatto lontano dalla vita reale della persona, occorre che sia sostenuto da uno sguardo compassionevole che non sia pietismo. Parlo della compassione che ci viene dai Vangeli, dallo sguardo di Gesù.

«Venne da lui un lebbroso che lo supplicava in ginocchio. Gli diceva “Se vuoi puoi purificarmi”. Ne ebbe compassione. Prese la mano, lo toccò e gli disse “Lo voglio, sii purificato!”». Oppure: «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla. Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore». Nel brano del giovane ricco: «Fissò lo sguardo su di lui e lo amò». Ecco, questa è la compassione. «E gli disse: “Una cosa sola ti manca. Va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo e poi vieni e seguimi”». A me pare che la compassione di Gesù non sia semplicemente la preoccupazione di guarire o la preoccupazione di dare un po’ di pane alla gente che era lì.

Gesù ha a cuore che tu possa trovare il senso della tua vita, che tu possa trovare un posto nella tua vita. Allora ecco che, davanti ad un lebbroso che dice «Se vuoi, puoi purificarmi perché io lo voglio», c’è «tu lo vuoi, tu vuoi che io riprenda la vita, che io trovi la mia strada, che io sia liberato da ciò che mi costringe a stare lontano, che posso riprendere in mano… io voglio questo, ma tu lo vuoi?». E Gesù dice «certo che lo voglio». Certo che voglio che tu trovi la tua strada, che tu possa ritornare nella comunità, possa riuscire a realizzare la tua vita.

Oppure quando ebbe compassione per le pecore senza pastore. Quando le persone non trovano un senso, il loro è un vagare inutile. Invece il Signore ha compassione perché desidera essere una guida che dia a queste pecore non la sensazione di errare, ma che possano trovare la loro strada, un senso nella loro vita. E anche il giovane che si chiedeva cosa dovesse fare nella sua vita per ereditare la vita eterna. Gesù, davanti a questa sua richiesta, ne ha compassione. Perché? Perché anche lui desidera che questo giovane trovi la sua strada e gli porge una richiesta forte, anche se lui, triste, se ne andrà.

Coltivare uno sguardo compassionevole vuol dire accostarsi alle persone con disabilità con la consapevolezza che la prima cosa che posso fare non è fare delle cose per o con loro, organizzare attività, creare dei buoni servizi… ma vivere un incontro o una relazione in cui essi possono sperimentare l’esperienza di sentirsi amati: anche tu sei stato chiamato alla vita e per questo il tuo esserci ha un senso, sei un dono per la comunità. Mi sta a cuore che tu possa cercare il tuo posto nel mondo e se vorrai, proverò a darti una mano per trovarlo, perché tu possa fare della tua vita un capolavoro.

In qualche modo, l’accoglienza nella catechesi, lo sport, l’oratorio feriale sono tutte occasioni e possibilità che rischiano di essere fatte per accontentare e per dire che siamo bravi, che anche lui o lei ha diritto di stare qui, che una comunità cristiana è per tutti. Cose sacrosante che continuiamo a dire ma… che bello sarebbe se una comunità si accostasse alle persone con disabilità dicendo «tu sei qui e noi siamo contenti che tu sia qui e ti accompagniamo perché tu possa trovare un posto nel mondo e la tua vocazione. Perché tu possa costruire un progetto di vita».

Tutti abbiamo un anelito dentro di noi, tutti abbiamo una spinta che ci porta a uscire da noi, a cercare qualcosa che ancora non c’è, a desiderare qualcosa che sogniamo. E questo anelito ce l’hanno anche le persone con disabilità. Io non ho visto persone col desiderio di vivere come le persone con disabilità, anche grave. Dobbiamo avere uno sguardo capace di riconoscere il loro desiderio, il desiderio di trovare un posto, di esserci in questo mondo, di esserci anche loro e di partecipare, di costruire relazioni, di voler stare in mezzo alle persone. Ecco cosa vuol dire avere uno sguardo compassionevole. Il Signore riusciva ad accogliere laddove nessuno accoglieva, riconosceva la libertà da ogni forma di pregiudizio o di stereotipo. Anche una libertà che possa decidere di spendersi per qualcosa, per una causa che gli sta a cuore.

Pensate ai nostri giovani che, pur essendo in libertà, liberi da costrizione e da obblighi, liberi di poter fare quello che desiderano, fanno fatica a trovare una propria strada nella vita. Ecco sì, sono “libero da” e sono “libero di”... Ma questa libertà per cosa la spendo? Cosa decido? Che scelte prendo? Un fiore non pensa a competere con il fiore accanto, semplicemente fiorisce. La vita non deve competere con gli altri, deve fiorire.

Racconto l’esperienza di un adolescente che, insieme ad altri giovani, ha fatto una settimana con un gruppo di persone con disabilità. Alla fine, hanno raccontato come è andata, all’inizio un po’ titubanti. Ma sapete che l’adolescente è quello che scrive, lo scrive perché lo sente. E questo ragazzo ha scritto: «Qualche settimana fa ho vissuto un’esperienza che non dimenticherò mai. Ho partecipato a una vacanza con persone con disabilità. E fin dal primo momento mi sono sentito accolto da sorrisi sinceri e abbracci pieni di calore. Abbiamo fatto giochi, abbiamo cantato, abbiamo fatto attività e semplicemente parlato. Ognuno di loro, a modo suo, mi ha insegnato qualcosa. La forza di non arrendersi, la bellezza delle piccole cose, il valore dell’ascolto. Mi hanno trasmesso emozioni autentiche, indimenticabili, difficili da spiegare. È stata un’esperienza che mi ha toccato profondamente. Mi ha fatto vedere il mondo con occhi diversi, mi ha insegnato tantissime cose e sono contentissimo di aver partecipato. Sono tornato a casa, ricco e felice. Porterò questa esperienza nel cuore per sempre».

Invece che continuare a misurare la qualità di una vita nelle cose che facciamo, non potremmo imparare a capire la qualità della vita in quello che riusciamo a trasmettere di bello, di buono? E le persone con disabilità sono tra le persone che riescono a trasmettere, anche se magari per la loro condizione non riescono a fare tanto… Il terreno dell’essere voluti bene, accolti, riconosciuti, ascoltati, apprezzati… fa fiorire ogni persona.

La questione è che l’essere amati non può essere garantito da un diritto, ma è un dono. Per cui la vera sfida delle nostre comunità, la sfida degli ambienti anche lavorativi, della scuola… al di là di tutto quello che possiamo mettere in campo, è capire se davanti alle persone con disabilità il nostro modo di accostarci è quello di chi ci tiene. E, per quello che potrà, cercherà di collaborare perché possa trovare un senso alla sua vita, perché questa persona è voluta e amata da Dio.

(Estratti dal primo incontro di formazione su Progetto di vita, Famiglia e Comunità)

Mauro Santoro

Mauro Santoro

Autore di articoli pubblicati su Ombre e Luci.

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