Avvicinare i genitori di ragazzi con disabiltià

Ho imparato, con i miei approcci titubanti e con i miei errori, che non è cosa facile e che la buona volontà e il buon cuore non bastano
Avvicinare i genitori di ragazzi con disabiltià
Foto di Steve Johnson su Unsplash
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 10 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Mi è capitato spesso di avvicinare per la prima volta genitori di persone disabili, mamme e papà; di figli piccoli la cui diagnosi era annunciata da poco o di bambini che crescendo manifestavano comportamenti o carenze che ponevano seri interrogativi sul loro sviluppo.

Ho imparato, con i miei approcci titubanti e con i miei errori, che non è cosa facile e che la buona volontà e il buon cuore non bastano. La mia esperienza di mamma di una figlia gravemente disabile è stata spesso un vantaggio. Dopo la sua morte, mi sono accorta che senza la sua presenza l’approccio si faceva più difficile.

Poiché sono certa che è molto importante non lasciarli soli, soprattutto quando sono giovani genitori e quando sono agli inizi della prova, ho pensato di offrire alcune riflessioni a quanti vogliono farsi loro vicini.

Tre atteggiamenti mi sembrano basilari per avvicinarsi con il piede giusto a questo incontro. La sincerità: essere se stessi senza coprirsi di intenti o di maschere per accattivarsi la loro simpatia. Dire apertamente chi si è e perché sentiamo il bisogno di dare una mano.

L’umiltà, che non vuol dire cercare di farsi piccoli o incapaci o inadeguati. Mantenere i piedi per terra, affrontando quel poco che sapremo offrire con realismo e pacatezza preparati a ricevere e ad accogliere su di sé le loro reazioni qualunque esse siano, anche offensive e sgarbate.

Il discernimento: saper guardare al di là dei loro volti, delle loro parole, per scendere con perspicacia nel profondo del loro cuore, per far risuonare in noi quello che non possono dire: il loro grande, immenso dolore.

Ci sono alcuni consigli che mi sento di offrire che sono solo frutto della mia esperienza. Altri — più preparati di me -— potrebbero dire meglio e di più.

Essere vicini ai genitori di figli disabili, non vuol dire soffocarli con le nostre parole, con il resoconto della nostra vita e dei nostri guai. Non pretendere che da subito aprano il loro cuore e parlino del loro figlio disabile.

Accompagnarli nel loro cammino partecipando alle loro emozioni o al loro dolore esprimendo con delicatezza una vera partecipazione.

Trovare il momento opportuno per proporre qualche attività che li faccia uscire dal loro trantran. Una volta entrati nella loro stima e amicizia (ci vuole tempo), proporre di occuparsi del loro figlio per lasciarsi liberi una sera, o un pomeriggio, o un week-end.

Se vi invitano a parlare della vostra vita o delle vostre prove, è bene farlo brevemente e solo per aiutarli ad aprire il loro cuore perché pian piano possano raccontare il loro disagio, la loro rivolta, le loro difficoltà a far fronte a situazioni troppo ardue.

Se vedete che è il caso e vi sembra che siano necessarie, proponete loro situazioni pratiche (indirizzi di scuole, centri, case famiglia, associazioni...) senza far loro pressioni, lasciando loro il tempo di scegliere e decidere con calma. Dimenticavo la cosa più importante. Ogni volta che sono “partita in missione” verso qualcuno di loro, sconosciuto ai miei occhi e segnalatomi con frasi del tipo: “prova se puoi fare qualcosa...”, mi sono sempre sentita povera, incapace e sola. Mi sono incamminata a fatica, stringendo forte la mano di Gesù, chiedendogli di parlare Lui per me e di sorridere Lui a chi avrei incontrato. Non mi ha mai deluso.

Mariangela Bertolini, 2008

Mariangela Bertolini

Mariangela Bertolini

Nata a Treviso nel 1933, insegnante e mamma di tre figli tra cui Maria Francesca, Chicca, con una grave disabilità. È stata fra le promotrici di Fede e Luce in Italia. Ha fondato e diretto Ombre e…

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