Al tepore di un amore semplice

Il campeggio, un luogo e periodo di silenzio: degli impegni, della fretta, delle ho-mille-cose-da-fare... delle proprie sicurezze, per andare incontro alle proprie ferite...
Al tepore di un amore semplice
Pablo, Alberto e Francesco ad un campeggio Fede e Luce nel 1989 (foto archivio Ombre e Luci)
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 30 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Ad un campeggio estivo si arriva per svariati motivi: l'invito di un amico, la propria curiosità, il desiderio di rendersi utili, l'incapacità di opporre un «no» deciso.
Ma, sempre è Gesù che ci propone questa insolita vacanza accanto alla persona ferita: nell’intelligenza, certo, ma anche nel cuore. Perché? Cosa vuole il Signore da noi?
Gesù ci chiede soprattutto di ascoltare. Ci ha messo accanto i suoi amici più semplici proprio perché parlino di Lui con semplicità alle nostre teste dure.
«Le affido a voi, amici miei — avrà detto loro — confido che possiate spuntarla con questi testoni: io ho tentato con le parole e con i gesti. Voi tentate con il silenzio».
E il campeggio è un luogo e un periodo di silenzio. Il silenzio degli impegni, della fretta, delle «ho mille cose da fare». Soprattutto il silenzio di noi stessi, che in continuazione, senza accorgercene, ci ripetiamo: «Sono intelligente, atletico, simpatico, attivo».

II campeggio è anche «un luogo e un periodo di silenzio. Il silenzio degli impegni, del “ho mille cose da fare”!»

II campeggio è anche «un luogo e un periodo di silenzio. Il silenzio degli impegni, del “ho mille cose da fare”!»

Siamo ridotti al silenzio perché non possiamo sfoggiare il nostro acume con chi non può sentirci, la nostra forza con chi non cammina, il nostro sorriso affascinante con chi non può vederlo.
Il nostro ritmo viene rallentato al passo di una carrozzina, di un cucchiaio di pappa.
Finalmente, siamo stati messi a tacere. «Dio, che silenzio, non ho il coraggio di parlare: le mie parole sono sciocche, i miei discorsi vuoti. Cosa devo fare?». È il momento buono per ascoltare, perché nel silenzio fioriscono altri suoni: gioia di vivere costretta su una carrozzina, felicità che accende lo sguardo di chi non può esprimerla a parole, dignitosa solitudine di chi è chiuso in un mondo di silenzio e di oscurità.
«Signore, come sono povero. Quanto mi costa un sorriso sincero, un’amicizia fedele, quanto mi è difficile accettare che le cose vadano diversamente da come le voglio.
Questi fratelli sono fragili, ma io sono piccolo piccolo davanti a loro».
Ma la persona ferita non è gelosa della propria superiorità. Ci viene incontro per prima, ci prende per mano e cerca la nostra amicizia, proprio come Gesù. Si affida a noi per le sue necessità, quelle necessità che spesso ne fanno una persona «diversa», ma soprattutto ci offre con fiducia il suo cuore: può essere tutto insieme con un «ti voglio bene» e un grande abbraccio, oppure a poco a poco in mille particolari. Ed è a poco a poco, tra lotte a suon di pappa e levatacce notturne, che anche il nostro cuore si apre al tepore di un amore semplice.
«Grazie Signore, perché mi hai mostrato queste cose. Ora vedo che questi miei amici possono curare le mie ferite: possono insegnarmi ad avere fiducia, e non a desiderare di essere intelligente, atletico, simpatico per essere accettato dagli altri.
Possono insegnarmi il tuo amore».

- Alberto Petri, 1989

Redazione

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