Un professore è sicuramente una delle serie Tv italiane di maggior successo degli ultimi anni. Le vicende di Dante Balestra, professore di filosofia sui generis che si ritrova a insegnare nella stessa classe di suo figlio, hanno tenuto incollati sullo schermo milioni di spettatori. I veri protagonisti delle serie sono, però, i giovani alunni del professore, alle prese con i loro piccoli e grandi problemi personali. La serie ha ambizioni elevate e affronta temi complessi quali l’isolamento sociale, la criminalità minorile e l’accettazione di sé e del proprio corpo. Tuttavia, nel farlo, spesso arranca peccando di verosimiglianza e appiattendo questioni che meriterebbero di essere trattate con maggiore profondità. Un esempio evidente di questo limite è il modo in cui viene affrontata la disabilità.
Introdotta nella seconda stagione, Viola è una giovane ragazza paraplegica che vive molto male la propria condizione: non riesce ad accettarla ed è in attesa di un’operazione miracolosa che possa farla tornare a camminare. Si chiude in sé stessa, serrandosi in un mutismo che lascia spazio solo al cinismo e al rancore. Arriva addirittura a smettere di frequentare la scuola. Nel corso delle puntate, Viola imparerà gradualmente ad accettarsi, ma questo cambiamento appare quasi una scelta obbligata, poiché la ragazza scoprirà che, dal punto di vista medico, non esistono possibilità di guarigione. L’evoluzione di Viola non sembra dunque il frutto di un autentico processo di autodeterminazione – che avrebbe forse giovato del supporto di un percorso psicoterapeutico, elemento del tutto assente nella serie – ma piuttosto una conseguenza delle reazioni e delle scelte altrui. Viola non sceglie di accettarsi: si accetta solo perché vede che gli altri lo fanno. Ci troviamo quindi di fronte ad un personaggio poco attivo e scarsamente volitivo, che agisce e si trasforma quasi esclusivamente in risposta a eventi esterni.
Nella stagione appena uscita, la situazione resta insoluta. A parte qualche timido accenno, la disabilità sembra essere stata cancellata con un colpo di spugna: Viola ha accettato la sua condizione e ora può finalmente occuparsi delle questioni tipiche di una ragazza della sua età. Ma allo spettatore resta omesso il processo che l’ha portata a questo cambiamento di prospettiva. Il risultato finale è quello di un totale appiattimento narrativo che non consente alle persone con disabilità una reale identificazione.
In definitiva, il personaggio di Viola finisce per incarnare il paradosso di una televisione che vuole essere inclusiva nei temi, ma resta conservatrice nelle forme. Ma la produzione audiovisiva recente è ormai ricca di personaggi disabili forti e complessi. Non è nemmeno necessario guardare oltre i confini nazionali, per trovare esempi virtuosi: basti pensare a Carola, personaggio della serie italiana Prisma. Interpretata – a differenza di Viola – da un’attrice con disabilità, Carola è una ragazza a cui manca parte di una gamba e che utilizza una protesi per camminare. Le sue vicende non ruotano intorno alla disabilità, che rappresenta solo uno dei tanti elementi che definiscono il personaggio. Carola ha fatto i conti con la propria condizione e affronta i problemi dell’adolescenza esattamente come i suoi coetanei. La sua personalità è sfaccettata e lontana da ogni macchiettismo: sa essere dolce e sensibile ma anche determinata e, a tratti, spietata, soprattutto nel rapporto ambiguo che intrattiene con uno dei protagonisti della serie.
Se nelle produzioni internazionali — si pensi a personaggi di serie come Sex Education o Atypical — la disabilità è una coordinata e non il perimetro totale dell'esistenza, in Un Professore rimane l’ennesimo 'caso umano' da risolvere per il professore Balestra. Il confronto tra Viola e personaggi come Carola mette in luce come in Un Professore la disabilità venga concepita come un fardello totalizzante, capace di assorbire interamente la vita di un individuo, senza lasciare spazio ad altro.
L’accettazione di sé non può essere il premio di consolazione per una guarigione mancata, né l’effetto collaterale di un innamoramento; deve essere un atto di autodeterminazione politica e sociale. Finché la fiction italiana continuerà a trattare la sedia a rotelle come un simbolo di passività o un enigma medico da decifrare, perderà l’occasione di raccontare la realtà per quella che è: un insieme di vite che, pur tra barriere architettoniche e pregiudizi, non aspettano il permesso di nessuno per essere vissute pienamente. Quella di Viola non è solo una sedia spinta da altri, è la metafora di una narrazione che ha ancora bisogno di qualcuno che le indichi la strada, temendo di esplorare l'autonomia autentica dei suoi protagonisti.