Sono in treno fra Firenze e Roma, in una vettura salone. In uno scomparto di quattro posti col tavolino in mezzo c’è un uomo sulla quarantina e vicino a lui suo figlio sui quindici anni, con handicap. Gli altri due posti sono vuoti. Il ragazzo manifesta una grande agitazione e si schiaffeggia continuamente. Sul suo viso vi sono le tracce profonde delle unghie. Sono state curate con il mercuriocromo e ciò gli dà un’aspetto strano. Ogni tre minuti emette un grido lungo, angosciato e difficile da sopportare. Il padre si occupa del figlio con gran tenerezza, ma nel suo sguardo si legge il dolore e la stanchezza.
Mentre il treno corre nella notte passiamo le stazioni di Arezzo e di Chiusi. Nel ritmo delle ruote sui binari e del grido lancinante del ragazzo, mi pongo l’antica domanda, la domanda già posta da Giobbe: « Perché? Perché tutta questa sventura nella vita di un ragazzo innocente e questo dolore nel cuore di suo padre?»
Arriviamo ad Orvieto. Quattro marinai salgono con la sacca sulle spalle e si sistemano in uno scomparto vicino. Chiacchierano fra loro, contenti di ritrovarsi.
Il ragazzo si è calmato per un istante, ma ecco che ricomincia a emettere il suo lungo lamento straziante. I marinai smettono di parlare. Poi accade una cosa meravigliosa.
Un piccolo marinaio si alza senza domandare niente a nessuno, va a sedersi davanti al ragazzo, prende le sue mani fra le proprie, con un gesto amichevole ma pieno di autorità, lo guarda negli occhi e improvvisamente fra loro si stabilisce uno scambio. Tutto avviene senza parole; non credo che il ragazzo ne sarebbe capace, ma dà fiducia a questo giovane in uniforme che lo tratta con amicizia e con rispetto.
Forse il giovane marinaio è studente di medicina, forse è un educatore specializzato, o forse ha un fratello con handicap? ...Non lo saprò mai. Non posso che guardare la sua gentilezza, la sua competenza e la sua discrezione. Resterà vicino al ragazzo fino a Roma dando così il cambio al padre che lo guarda con gratitudine. Quando il treno si ferma i due uomini si stringono a lungo la mano, sempre senza parlare. Poi il marinaio riprende la sua sacca e sparisce con i compagni in mezzo alla folla.
Giovane marinaio, fratello mio, probabilmente non ti vedrò più, non so chi tu sia né ciò che tu pensi. Ma per un’ora per me sei stato un segno. Hai saputo lasciare i tuoi amici per dar sollievo a due essere tormentati, mettendo al loro servizio la tua competenza e la tua amicizia senza ostentazione, semplicemente perché stavano sul tuo cammino.
- C.B., 1993 - O e L, n. 22
