Pensionata assistente sociale nel ’95, mi sono avvicinata a F. L. qualche anno dopo attraverso un nostro piccolo laboratorio, senza un preciso intento, né con meditata disponibilità.
La funzione di responsabile nel ’99 mi ha colto di sorpresa. Ora, alla fine dei tre anni, tutto mi sembra discutibile, salvo l’apprendimento dell’ascolto. Vedo il viso turbato, contratto e stanco di un padre che si contiene a fatica di fronte a una turbolenza improvvisa del suo ragazzo e poi, nella festa, si accompagna a lui in un mimo; sento il racconto minuzioso di una madre che vigila paziente sul figlio; ascolto l’amica che ha capito anche i miei vuoti... Li sento fratelli, c’è una positività nel mistero della debolezza dell’uomo.
Oggi posso dire che la comunità educa perché noi ne sentiamo il bisogno. L’esperienza di pedagogia reciproca è una necessità, non una scelta volontaristica o etica: il cambiamento, il nuovo si pone di continuo ad ogni incontro e noi siamo tesi a comprederlo.
Nella mia attività lavorativa nelle istituzioni di cura l’esperienza era filtrata, la condivisione non sempre ritenuta elemento rilevante e comunque mediata dall’approccio tecnico.
Nella comuntà F. e L. il legame affettivo è fondante, si respira la libertà del rapporto di amicizia e tutta la persona ne risponde. Ne segue, nella ricerca del reciproco bene e nell’interesse misurato e calibrato verso le nostre debolezze, la necessità di un continuo confronto. È un cammino verso la persona.
Se, attraverso gli anni, è rimasto vivo ed evidente questo connotato essenziale ed è giunto sino a me, ho la convinzione che si tratti di un patrimonio culturale veramente fertile.
- Antonella B., 2003