Probabilmente sono fra i nostri figli o amici handicappati, i più conosciuti e i più sconosciuti. Parliamo delle persone colpite da paralisi celebrale: bambini o ragazzi dai gesti bizzarri che abbiamo incontrato per strada, o quelli in carrozzina che non riusciamo a capire quando ci parlano… e poi quel vocabolo “spastico”, usato a proposito e a sproposito.
Sì, li conosciamo di vista; ne abbiamo incontrati, ma abbiamo spesso distolto lo sguardo in fretta, perché ci mettono a disagio, ci fanno “paura”…
Ci è sembrato giusto e utile, in questo secondo numero di Ombre e Luci - attraverso la testimonianza di una mamma, le spiegazioni di un medico, un racconto di una maestra, la voce di uno di loro - cercare di capire meglio le difficoltà specifiche di chi è colpito, spesso sin dalla nascita, da paralisi cerebrale.
Forse nessun altro handicap richiede come questo, da parte di chi è vicino ai colpiti - genitori, fratelli, educatori, amici - la necessità di unire il cuore e la competenza per raggiungere la loro personalità prigioniera.
Restare aperti alla speranza, senza scoraggiarsi, senza paura di perder tempo, per periodi molto più lunghi del normale, non è facile.
Inoltre, come ci dice così bene la maestra di Gilles, quando si vive con loro, è necessario avere una grande apertura alla speranza.
Apertura alla speranza del bambino, dell’adulto poi, che dovrà concentrare tutti i suoi sforzi per potersi servire un po’ del suo corpo.
Apertura alla speranza dei genitori e educatori che, continuamente, devono aiutare, ma anche esigere, credere nel progresso, nei risultati.
Restare aperti alla speranza, senza scoraggiarsi, senza paura di perder tempo, per periodi molto più lunghi del normale, non è facile.
Restare aperti alla speranza, senza scoraggiarsi, senza paura di perder tempo, per periodi molto più lunghi del normale, non è facile. E quel che potrebbe essere facile, e stimolante quando i figli sono piccoli, diventa gravoso e duro quando sono adulti. Se possiamo sentirci attratti da loro quando sono bambini, perdiamo spesso la pazienza quando sono adulti e vogliono parlarci, o stoltamente esigiamo da loro che siamo come non possono essere.
Sorge spesso in noi che li accostiamo, un senso di ribellione nel vederli così tormentati, così ingiustamente prigionieri.
Non è meglio allora, per loro e per noi, trasformare questa giusta ribellione in uno sguardo diverso nei loro confronti? Non è meglio trasformarla in uno sforzo per accostarci a loro e ai loro genitori, cercando di capirli meglio, di adeguare il nostro ritmo impaziente al loro ritmo più lento; aiutandoli concretamente in qualche modo, per fare nostro un po’ del loro sforzo indicibile, per tenere, insieme, più aperta la speranza?
Infine, chi più di loro, in questo periodo pasquale, ci spinge, ci forza anzi, ad avvicinarci in modo più consapevole alla passione, alla morte e alla resurrezione di Gesù?