Ricompense o punizioni

Ricompense o punizioni
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 30 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Abbiamo ricevuto questa lettera di una mamma: «In uno dei centri dove è stata accolta Carlotta, la nostra bambina affetta da autismo, c’era la tendenza a lasciar fare i ragazzi senza intervenire; in un altro invece si puniva spesso... Ci sembra che, nei due casi, non si chiedesse sufficientemente ai giovani di assumere le loro responsabilità. Sia per Carlotta che per gli altri nostri figli ci aiuterebbe sapere la vostra opinione in proposito. »
Abbiamo chiesto a Padre Bissonier qualche riflessione su questo tema.
Nell’educazione il problema delle punizioni presenta una molteplicità di aspetti diversi ed è una grossa impresa volervi rispondere in poche righe. Il problema è ancora più delicato quando si tratta di ottenere un progresso o di frenare il comportamento di un bambino la cui inerzia e i cui disturbi sono dovuti a una causa patologica.

Due tentazioni


L’educatore, sia che si tratti di un genitore che di un professionista, si trova di fronte due tentazioni: da una parte quella di considerare buoni tutti i modi per arrivare a risultati che considera indispensabili; dall’altra quella di rinunciare ad ogni tipo di punizione, pensando che il bambino handicappato non ha alcuna capacità di fare meglio, o meno male, per cui non ha alcuna responsabilità delle sue azioni.
Ci sembra di estrema importanza evitare sia la prima che la seconda di queste tendenze. Effettivamente bisogna sempre ricordarsi che «il fine non giustifica i mezzi». Di conseguenza non bisogna ricorrere a « qualsiasi mezzo » pur di ottenere dal bambino ciò che si desidera, fosse anche la più desiderabile delle prodezze.
D’altra parte un essere umano, anche il più handicappato, non deve mai essere considerato sprovvisto di ogni capacità, di ogni libertà e perciò di ogni responsabilità. Quindi non può essere considerato senza colpa e senza merito.
E’ perciò legittimo, nella rieducazione come nell’educazione, dare un posto a eventuali punizioni. Resta da sapere come applicarle, proprio perché possono procurare un miglioramento o un peggioramento.

Qualche orientamento


Ci accontenteremo qui di proporre qualche orientamento:

  • La ricompensa migliore è quella che deriva dall’azione in stessa. Ricordiamo ad esempio la gioia di saper leggere, risultato dello l sforzo di accedere alla lettura, la felicità di camminare che proviene da un addestramento psicomotorio, la soddisfazione di riuscire a controllarsi quando si vince una cattiva abitudine, ecc.

  • Subito dopo viene per il bambino il sentimento gratificante di aver suscitato l’approvazione o il sentimento penoso di aver provocato la disapprovazione di qualcuno che stima: genitore, educatore, amico e — perché no? — il Signore stesso. Ma attenzione a non cadere in una frase come questa: «Fai questo, o, non far quello, per farmi piacere!» Non si tratta del nostro piacere, ma di ciò che è un bene o un male per il bambino. Egli deve sentirlo in tutto il nostro atteggiamento.

  • È soltanto in terzo luogo che si potrebbe aggiungere, se ciò risultasse veramente indispensabile e se non fossimo riusciti a fare in altro modo, una ricompensa o una punizione che si potrebbe chiamare «estrinseca», cioè estranea e sovrapposta all’atto stesso. Si tratta della «carota e del bastone»... sotto forma di una caramella o della privazione del dolce. Diciamoci tranquillamente che arrivare a questo è sempre un po’ una « capitolazione dell’educatore. » Egli si crede obbligato a ricorrere a mezzi artificiali per ottenere ciò che desidera perchè non è riuscito ad arrivarci attraverso la punizione naturale. E evidente che non giudichiamo nello stesso modo chi vi farà appello in casi così estremi che non gli verrà in mente alcun altro modo di agire. E il caso dello scapaccione della mamma che serve a evitare il peggio | quando un bambino commette una grave imprudenza.

  • Noi cristiani del resto abbiamo un motivo più elevato per diffidare delle punizioni che sono state definite «estrinseche»; il nostro amore per il bambino è comunione con lo stesso amore che Dio prova verso di lui e verso di noi. L’idea che ci facciamo di un Dio a nostra immagine ci porta a volte a rappresentarcelo come chi utilizza qualsiasi sanzione per punire o ricompensare gli esseri umani e piegarli ai suoi desideri. In realtà Dio ci ricompensa e ci punisce in conseguenza di fattori interni alle nostre stesse azioni. Non ci sentiamo felici quando facciamo il bene e tristi quado abbiamo commesso il male? Possa il bambino trovare nel nostro atteggiamento quell’amore vero che non cerca tranquillità o soddisfazione per il successo ottenuto, ma il suo bene reale e la sua vera felicità.

In conclusione il bambino, anche il più handicappato, è una persona. Deve essere trattato di conseguenza. Egli è sensibile alla nostra approvazione o alla nostra disapprovazione. Possiamo — e persino dobbiamo — tenerne conto nel nostro sforzo di educare. Dobbiamo tuttavia fare attenzione che il nostro comportamento sia coerente (non approvare oggi quello che ieri abbiamo disapprovato) e che la motivazione del bambino non si riduca al desiderio di farci piacere o alla paura di vedersi rimproverato. A maggior ragione ciò é vero nella sua relazione con Dio.
Infine cerchiamo di tendere sempre a che il bambino scopra un interesse nell’azione stessa che desideriamo per lui, in ciò che può risultare un beneficio profondo e nella gioia che in genere gli procurerà il fatto di far sbocciare la sua personalità e di contribuire al bene di coloro che lo circondano.

- Henri Bissonier (O e L, n. 98), 1993

Henri Bissonier

Henri Bissonier

Il Padre Henri Bissonier è senza dubbio un’autorità nel campo della catechesi delle persone con handicap mentale. Ha scritto molti libri e articoli, ha insegnato in numerose università, ha fondato e…

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