Oaza: ai confini della finzione

Il film di Ivan Ikić ambientato in un istituto per persone con disabilità lievi, dove gli attori interpretano sé stessi.
Oaza: ai confini della finzione

Nella sequenza iniziale di Oaza di Ivan Ikić, ci viene mostrato un vecchio documentario che illustrava al pubblico il funzionamento di un istituto dove le persone con disabilità mentali non gravi – che in passato forse sarebbero state uccise o abbandonate dai genitori – avevano invece la possibilità di imparare a prendersi cura di sé (come vestirsi, mangiare con le posate) e magari apprendere una professione. Questo documentario è usato dal regista solo per spiegare il contesto, ma c’è almeno una frase illuminante: il narratore avverte che se quelli in video sembrano attori, allora devono essere proprio bravissimi per fingere così bene la loro malattia.
Ikić, che in quell’istituto serbo era già stato per un suo precedente documentario, ha girato un film di finzione ispirato a vicende reali di cui lui stesso era venuto a conoscenza, facendo recitare veri pazienti che hanno imparato a interpretare una versione simile di sé stessi: è quasi un melodramma, una specie di triangolo amoroso tra due donne e un uomo che vivono nell’istituto. Forse è vero che in quel luogo si imparano cose concrete, ma evidentemente nessuno è interessato a fornire anche un’educazione “sentimentale” ai pazienti, i quali anzi vengono guidati nelle loro vite con una certa arroganza e poco interesse per il loro reale benessere emotivo. Una critica, questa, ben mascherata dal regista dietro alla storia di amore, amicizia e anche odio che unisce i tre personaggi, che peraltro si esprimono più con le azioni che con le parole (e forse troppo resta fuori campo).
Pur nei limiti delle proprie condizioni, è ottimo il lavoro che fanno gli attori, invitati, in pratica, a compiere le loro azioni quotidiane, così da documentare al meglio l’ambiente reale senza che la presenza del regista ne contamini l’equilibrio. È ammirevole la scelta di usare persone con una reale disabilità anziché attori che la fingano, non solo per una banale questione di credibilità e onestà intellettuale, ma anche come forma di rispetto, in modo tale che essi stessi possano dare corpo alle proprie esistenze, riuscendo persino a fingere emozioni che non provano realmente, proprio come dei veri professionisti. Probabilmente nessun attore normodotato sarebbe potuto essere più efficace in questi ruoli.

Claudio Cinus

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