Allora sto campo di settembre parte o no?Dopo una lunga serie di conteggi, liste degli eventuali partecipanti, riunioni organizzative per capire chi effettivamente ci sarebbe stato e chi no, il campo è partito. Pochi amici, poca organizzazione ma tanta voglia di esserci. Chi ci avrà visto girare per il paesino di Gagliano, o sguazzare nella piscina comunale della frazione vicina (mica roba da poco, scivoli e giochi per tutti i gusti! Ma un trampolino troppo basso, con grande disappunto di Valerio..), si sarà chiesto che razza di strano gruppo fossimo: bambini anche piccoli, ragazzi, persone con handicap, genitori e amici anche in là con gli anni, tutti che chiacchieravano allegramente a braccetto...certo non si poteva parlare di una comitiva omogenea! Effettivamente questa è una caratteristica tipica di fede e luce e ben conosciuta da chi ha partecipato ad un campo o fa parte di una comunità.
In uno stesso calderone vengono spesso mescolate età, estrazioni sociali, idee politiche o religiose e stili di vita diversi. Si può davvero parlare di un gran minestrone! Ma allora cos'è che tiene unite tutte queste differenze, qual è il collante fra le persone, l’ingrediente magico che rende la zuppa così saporita? E soprattutto com'è possibile che persone tanto diverse, oltre a stare insieme stiano anche bene insieme e tornino dai campi, questa almeno è stata la mia esperienza, piene di serenità e cariche di pace nel cuore? Ci deve essere, è evidente, qualcosa che renda l’atmosfera tipicamente “fedeelucesca”, un qualche elemento misterioso che fa sì che il campo “funzioni”. Di certo non si tratta dell’attività più o meno ben organizzata, o del gioco accuratamente scelto in base al tema del campo, anche se tutte queste cose concorrono e sono essenziali per riempire gioiosamente le giornate passate insieme.
Tuttavia il campo di Gagliano, così improvvisato e inventato spesso sul momento, ci ha dimostrato che il segreto di Fede e Luce, perché di questo credo si tratti, risiede in ben altro. Alla base di tutto credo vi sia la curiosità. Si parte con la curiosità di conoscere gli amici, scoprire i ragazzi, vivere esperienze nuove. Si parte dunque con una disposizione all’apertura verso gli altri, un’ attenzione all'ascolto e all’osservazione, che nella vita di tutti i giorni è difficile mantenere. Si è pronti a uscire da se stessi. I primi giorni di ambientamento non sono mai facili per nessuno, né per gli amici che devono capire come gestire le giornate perché l'atmosfera sia delle più serene, nè per i ragazzi, così legati alle loro abitudini, ai luoghi conosciuti, alle persone frequentate.
Tuttavia sempre, ad ogni occasione di incontro, nascono inevitabilmente, ed è una sorpresa ogni volta, momenti di condivisione profonda, durante una gita o al cerchio serale, o ancora mentre si cucina il pranzo e si fanno due chiacchiere fra mestoli e pentoloni. Le chiacchiere ad un campo non sono mai banali, scavano nelle vite e nelle persone. Dalla curiosità nasce la conoscenza reciproca, non sempre immediata, magari graduale, ma vera e profonda. Al campo di Gagliano nonostante la mia timidezza iniziale, era talmente percepibile questo clima di condivisione, di accettazione dell’altro anche nel suo silenzio, di volontà e curiosità di scoprire la persona accanto per quello che era, che è stato per me naturale aprirmi e farmi conoscere, un poco alla volta, ma in modo vero, felice al tempo stesso di assistere e partecipare all'apertura degli altri.
È ampiamente riconosciuto (anche se spesso più a parole che nei fatti) che tutti, ma proprio tutti, anche quella ragazza che a prima vista appare così superficiale, o quel ragazzino che non fa che dire parolacce, o ancora quel ragazzo che non parla e non ti guarda negli occhi (ma che emozione quando lo fa!) abbiamo un tesoro dentro. Un tesoro, significa che teniamo nascosta, chissà dove, spesso sconosciuta a noi stessi, quella che è la nostra essenza più profonda, tutto quello che saremmo in grado di donare agli altri, di far capire di noi, se ci sentissimo sempre pronti a farlo, se ci sentissimo sempre liberi. In definitiva non saprei dire neanche io cosa sia questo tesoro, pur avendone fatta esperienza più volte, negli altri e in me stessa... so solo che quando una persona riesce a tirarlo fuori, ma anche a scorgerlo brillare nell'altro, è una gioia immensa, un sentirsi pieni, vivi.
E la gioia è quantomeno triplicata quando a brillare, quando a farsi scoprire e conoscere sono i nostri ragazzi, così misteriosi, indecifrabili. Eppure sono loro, con la loro naturalezza, con il loro essere se stessi sempre e comunque, che ci insegnano ad eliminare le corazze, le difese che disponiamo intorno al nostro tesoro personale, per renderlo più sicuro forse, ma ottenendo l’effetto di nasconderlo agli altri. Ad un campo Fede e Luce si impara, e i primi maestri sono i ragazzi, ad eliminare le difese, ad essere se stessi, a vivere in comunione con persone vere. Da questo nasce l’atmosfera indescrivibile che tutti conosciamo bene. Dalla curiosità all'accoglienza, dall’accoglienza alla conoscenza e all'accettazione, dall’accettazione alla condivisione di se stessi e alla gioia di scoprire i tesori degli altri ed il proprio. Questa la ricetta magica del nostro minestrone, questo il motivo per cui l’ultimo giorno del campo sono stata presa da un certo mal di pancia e da una malinconia infinita.
Benedetta Bertolini, 2008