Il titolo di questo libro mi ha attirata: contiene in sé tutto l’atroce dramma vissuto da una ragazzina di undici anni, della Sierra Leone. È proprio lei, in prima persona, a raccontare la sua storia. Lo fa non per cercare compassione, ma per dimostrare con franchezza e semplicità che — pur vittima insieme ad altre migliaia di persone dell’amputazione delle mani durante la guerra civile — si può rinascere, camminare a testa alta, conquistare per sé e per il proprio popolo la dignità cui ha diritto ogni essere umano. Non dite - come spesso si fa — “Non posso leggere certi orrori”. È troppo facile voltare la testa e rimanere al di fuori di quello che accade nel nostro povero mondo. Entrare col cuore aperto all'accoglienza nel mondo di chi troppo ingiustamente viene martoriato, vuol dire non avere paura di imparare ad asciugare le lacrime di chi soffre. Vuol dire seguire con coraggio la strada che Gesù ci ha insegnato e che dovremmo percorrere fino in fondo, perché, come ci insegna Mariatu, crediamo nella risurrezione.
M.B. , 2010