È attraverso la storia vera di Ernest Lossa, un ragazzo di origine jenish, morto a quindici anni nella clinica psichiatrica di Kaufbeuren nel sud della Germania, che il regista tedesco Kai Wessel ha scelto di raccontare lo sterminio delle persone con disabilità nel film Nebbia in agosto (2016). Una scelta interessante, dunque, è già quella dell'identità del protagonista: Ernest (orfano di madre e con un padre senza fissa dimora) non è un ragazzo con disabilità, ma appartiene a un gruppo nomade oggetto della furia nazista insieme a rom e sinti, il che lo rende comunque – nell'ottica del Reich – un soggetto “tarato”. Interpretato dal bravissimo Ivo Pietzcher, il ragazzino «asociale e ribelle» capisce presto come i suoi compagni di detenzione vengano uccisi sotto la supervisione attenta del gentile direttore della struttura, il dottor Veithausen (interpretato da Sebastian Kock). A lui si deve, tra l’altro, l'invenzione della dieta della fame – «i pazienti moriranno di fame mangiando», spiega tra gli applausi – messa a punto per non destare troppi sospetti riguardo alle cause dei decessi (il brodo di verdure veniva bollito per moltissime ore in modo da perdere ogni tipo di sostanza nutritiva, portando il paziente al deperimento). Tratto dall’omonimo romanzo di Robert Domes, uscito in Germania nel 2008, quello di Wessel è soprattutto un film sulla responsabilità individuale: il piccolo Ernest, cresciuto in strada, non riesce a essere testimone muto di quanto avviene, anche se conosce perfettamente il rischio che corre. E infatti il 9 agosto 1944 viene ucciso. Un film difficile da vedere perché racconta quanto abbiamo fallito come adulti. E quanto invece avremmo potuto fare, anche solo ascoltando i bambini. Con o senza disabilità.
Nebbia in agosto
La recensione del film di Kai Wessel
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