L'arte di dimenticare - Recensione

Anita nair, Ed. Guanda
L'arte di dimenticare - Recensione
Foto di Dennis van Lith su Unsplash
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 10 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

È una lettura molto interessante, quella dell’ultimo romanzo della scrittrice indiana Anita Nair, L'arte di dimenticare. In esso si intrecciano le vicende di Mira — ultra quarantenne raffinata e impeccabile che, dall’oggi al domani si ritrova abbandonata dal marito — e il professor Krishnamurthy, detto Jack, un esperto di cicloni che rientra in India (dagli Stati Uniti) per accudire la figlia maggiore che, a 19 anni, si ritrova immobilizzata a letto in coma a seguito di un non meglio identificato incidente.

Sono pagine tutte variamente pervase da un nodo i di fondo, quello cioè della difficile conciliazione tra tradizione (in termini sia = ss. di valori, che di pregiudizi e stereotipi) e modernità (con il suo noto binomio Ed. Guanda di libertà e perdita di senso). Quasi a ricordarci che, mentre si guadagna e si migliora, inevitabilmente si perde qualcosa.

Sebbene indagata senza sbavature e con competenza, la vera protagonista del romanzo non è però Mira, ottima acrobata tra un equilibrio familiare sull’orlo del collasso e una vita non solo affettiva ma sociale, economica e lavorativa da reinventare. Il vero protagonista, l'eroe verrebbe da dire, del romanzo è il professore dei cicloni: Jack.

Abbandonato da piccolo dal padre e divenuto adulto con il grande desiderio, quasi l'ossessione, di essere diverso da chi l’ha messo al mondo, quando si ritrova padre a sua volta, Jack si avvia a ricalcare — con tutte le novità del caso, legate principalmente al diverso momento storico e geografico — le tante aborrite ombre paterne.

E così L'arte di dimenticare diventa la capacità di quest'uomo di scoprirsi finalmente il padre che avrebbe voluto essere. Perché Jack, per amore, rimane fermo dinnanzi a ciò che un genitore non vorrebbe (e non dovrebbe) mai ascoltare. Soprattutto Jack è il padre che non smette mai di vedere in quel “mostro” immobile sua figlia.

La sua Smirti. Perché, sia pure con fatica e a volte in modo maldestro, essere padre è prendersi cura. Come solo le madri sanno fare.

C.T., 2011

Redazione

Redazione

Autore di articoli pubblicati su Ombre e Luci.

In totale 349 autori hanno collaborato con Ombre e Luci.

Lascia un commento

Il tuo commento sarà pubblicato dopo approvazione della redazione. L'email non verrà pubblicata.

← Torna al Magazine