La tenerezza di Jean in un film

La recensione del film documentario sulla vita di Jean Vanier
La tenerezza di Jean in un film

Per me, fa parte di una categoria di Mahatma, di grandi anime, è la madre Teresa dei nostri giorni. Ho voluto fare il suo ritratto per trasmettere il pensiero profondo che lo anima, la sua filosofia di vita, il mistero di ognuno che egli ha saputo mettere in evidenza. È raro incontrare qualcuno che abbia una tale sete di giustizia. Inizialmente era previsto un semplice documentario per la tv, ma è stato lui a spingermi ad andare più lontano per svelare l’amore universale prodigato all’Arca». Chi parla è Frederique Bedos, regista di Jean Vanier, il sacramento della tenerezza, film (uscito sugli schermi francesi a gennaio) che guida alla scoperta di Vanier e dell’Arca, uniti in un solo sentiero che percorre tempo e spazio: nel tempo, per ricostruire l’itinerario di un grande uomo dall’infanzia in Canada fino al Premio Templeton (2015); nello spazio, alla scoperta di tre comunità: a Trosly–Breuil, la prima, a Betlemme, nel cuore del conflitto medio–orientale, e a Calcutta, dal carattere interreligioso. Vanier, che ha scoperto la bellezza delle persone con disabilità, ne sente e ne accoglie il grido; dà voce ai genitori, profondamente feriti dall’esclusione dei loro figli, anche da parte della Chiesa; esprime la sete di relazioni e di amicizia dei portatori di handicap, rivelandone la profonda umanità. Visitando i luoghi dell’Arca proposti dalla pellicola, scopriamo la dimensione universale del messaggio di Vanier – la tenerezza è sentimento di una fecondità immensa e durevole – e comprendiamo come il viverla con i più fragili diventi vettore di pacificazione quando i rapporti di fiducia leniscono le ferite della vita. «Nel film – prosegue la regista – l’autenticità delle persone con disabilità buca lo schermo. Non sono delle maschere. Per effetto specchio, ci fanno prendere coscienza delle nostre maschere, effetto della nostra vulnerabilità e della paura di essere scoperti. E la paura è la peggior prigione».

Redazione

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