Ho imparato

Posso dire con gioia che la mia personale amicizia con le persone disabili e le loro famiglie mi ha fatto crescere in umanità e mi ha rafforzato nella fede e nella gioia del ministero sacerdotale
Ho imparato
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Nella logica di annunciarci reciprocamente il vangelo in cui i doni di ciascuno si mettono a disposizione di tutti, posso dire con gioia che la mia personale amicizia con le persone disabili e le loro famiglie mi ha fatto crescere in umanità e mi ha rafforzato nella fede e nella gioia del ministero sacerdotale. Grazie a questa amicizia ho imparato nella mia giovinezza ad accettare i miei limiti, a superare anche una timidezza legata al mio carattere, mi ha stimolato a saper accogliere e ad ascoltare gli altri nella loro diversità, mi ha aiutato a rivestirmi di umiltà, a essere autentico, a mantenere le promesse e a saper sorridere sulla mia persona.

Nel mio ministero sacerdotale tutto questo mi ha agevolato la comprensione e l'approccio alle diverse povertà, mi ha allenato ad accogliere ogni persona superando le possibili e alcune volte inevitabili resistenze e paure. L'amicizia col povero aiuta a non fermarsi alla superficie e spinge ad aprire il cuore per far risaltare la dignità e la bellezza nascosta nella persona. A livello pastorale ho imparato ad utilizzare i vari linguaggi della comunicazione soprattutto nella catechesi e nella liturgia. A livello di fede questa amicizia mi ha sostenuto a perseverare nelle prove, a saper attendere i tempi di Dio. La preghiera semplice, formulata evangelicamente con poche parole ed espressa alcune volte con i movimenti anche scomposti del corpo, mi ha riempito di letizia interiore quasi scorgendo in loro una presenza sacramentale di Cristo.

Dai genitori ho imparato a non arrendermi mai e ad avere la loro stessa fiducia nel permettere che i loro figlioli facessero delle vacanze con degli amici, di cui avevano apprezzato la disponibilità e la fedeltà. Alcuni genitori hanno fatto un cammino meraviglioso di crescita nella fede passando dalle domande inquietanti alla scoperta della preziosità del loro figlio agli occhi di Dio e della Chiesa. Indescrivibile la gioia sui loro volti quando i loro figlioli manifestavano dei progressi nel linguaggio e nell'autonomia personale. Alcuni di loro sono stati capaci di uscire dal proprio guscio per occuparsi anche dei figlioli degli altri.

Quando si è cercato di invitare altre famiglie ai nostri incontri, perché ciò che il Signore costruiva tra di noi doveva essere comunicato ad altri, abbiamo constatato che la loro testimonianza arrivava al cuore prima e meglio delle nostre parole di preti. L'annuncio della Parola di Dio alle persone disabili ha prodotto, attraverso gli anni, dei frutti meravigliosi. Alcuni di loro come Pasquale ed Efrem hanno scoperto il loro posto nella chiesa come ministranti. Lo fanno con perseveranza e passione. Non hanno paura di formulare le loro preghiere nella celebrazione eucaristica e si rendono disponibili per altri servizi nella comunità parrocchiale che sentono come una seconda famiglia. Quando ho celebrato il sacramento della Riconciliazione con loro e le loro famiglie ho constatato la loro profonda partecipazione e la gioia di essere perdonati dal Signore.

La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e dirigersi verso le periferie, non solo quelle geografiche ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, delle ingiustizie, dell'ignoranza... del pensiero, di ogni miseria. Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare diviene autoreferenziale e si ammala... La Chiesa autoreferenziale pretende un Gesù Cristo dentro di sé e non lo lascia uscire. Fa pena vedere tante parrocchie chiuse, bisogna uscire, bisogna andare incontro agli altri per portare la luce e la gioia della nostra fede. Bisogna uscire sempre con l'amore e la tenerezza di Dio.

Papa Francesco, marzo 2013

Ricordo quando ero parroco a Monopoli questo episodio. Pasquale, il ministrante, viveva in una casa famiglia delle Acli vicino alla chiesa; una sera sul tardi venne in canonica ad invitarmi a recarmi da lui perché, essendosi offeso con un suo amico arrivando anche alla violenza, mi chiedeva che lo aiutassi a riconciliarsi. Capitava spesso di chiedermi di confessarlo perché aveva sperimentato la grazia della misericordia di Dio.

Gli amici, da questa esperienza, hanno imparato a fare delle scelte impegnative e radicali. Una coppia ha adottato un ragazzo disabile. Molti parlano di questa amicizia come un apprendere la compassione evangelica. Si va per dare, ma ci si accorge di ricevere soprattutto a livello del cuore. La fedeltà e la gratitudine che i ragazzi disabili dimostrano rafforzano i legami. Alcuni amici giovani hanno riscoperto la fede. La presenza di questo gruppo nella comunità parrocchiale ha agevolato l'accoglienza di altre persone disabili e alcuni amici si sono resi disponibili nell'accompagnare dei fanciulli disabili ai sacramenti dell'iniziazione cristiana.

Don Vito Palmisano Fasano
Mari e Vulcani

Vito Palmisano

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