Come guardano i bambini

I bambini ci guardano” si intitolava un vecchio bellissimo film di Vittorio De Sica, ed è vero: ci guardano, si sa, ma in maniera diversa a seconda della loro breve o brevissima età.
Come guardano i bambini
Come guardano i bambini - Ombre e Luci n.87, 2004
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“I bambini ci guardano” si intitolava un vecchio bellissimo film di Vittorio De Sica, ed è vero: ci guardano, si sa, ma in maniera diversa a seconda della loro breve o brevissima età.

Dai primi mesi di vita fino ai due, tre anni loro ci guardano, esaminano tutto il mondo che capita loro incontro con lo stesso intenso, entusiastico interesse. E non si limiterebbero a guardarlo: se potessero lo annuserebbero e lo leccherebbero tutto. Guardano ogni cosa con avidità e innocenza, non fanno distinzione.

I tre, quattro, cinque anni: sono gli anni della “scuola materna” che non è più l'asilo dei piccoli, come loro sanno bene. Ho sentito bambini di questa età fare sottili osservazioni su quanto capita loro a tiro ed esprimere considerazioni piene di buon senso su alcune questioni di importanza vitale. Anche il loro “guardare” è cambiato: ora sanno osservare (cioè guardare con cura ed attenzione), sanno distinguere e valutare, apprezzare o rifiutare, temere o amare intensamente al primo sguardo, senza ripensamenti. E non hanno né tatto, né buona educazione, né senso della misura: le conseguenze sono note. Ma hanno ancora quantità incalcolabili di dolcezza e innocenza, sono protetti nei loro atti da una particolare inconsapevole leggerezza, quindi i loro sguardi sbagliati non fanno veramente male e facilmente possono essere distolti, dimenticati, perdonati.

I bambini di cinque, sei, dieci anni, o i bambini della scuola elementare. Per loro comincia la corsa a diventare grandi: in prima ricordano moltissimo i bambini di cui sopra, in quinta sono già pronti ad entrare nel mondo dei “ragazzini”. E devono imparare un mucchio di cose, a leggere a scrivere e a far di conto — come diceva Pinocchio — ma anche e soprattutto a vivere con gli altri, a ricercare e a rispettare lo star bene per sé e per gli altri.

Per tutte queste ragioni penso che fin dai primi anni della suola primaria siano in grado e debbano cominciare a capire le diversità, a rispettarle. A valutare quello che fa male o bene all'altro e quindi anche a controllare il proprio sguardo, a non ferire guardando.

E mi sembra quasi superfluo ricordare che l'integrazione dei bambini disabili e la guida degli insegnanti qualificati sono un grande, indispensabile aiuto per questo cammino.

Ma tocca anche a tutti noi — «i grandi» — spiegare, correggere e suggerire nuovi modi, senza ritardi e bamboleggiamenti ma con il giusto equilibrio. Mettiamo tanta cura per istillare nei nostri piccoli le prime nozioni di ordine, diligenza, risparmio — quelle che Natalia Ginzburg chiama le “piccole virtù” — come possiamo trascurare di proteggere sul nascere queste grandi, potenziali virtù?

Che poi tra il momento della prima intuizione di “quanto è giusto” e la capacità di eseguire quanto è giusto ce ne voglia...si sa: ma questo non è più un discorso di comprensione o di possibilità: si tratta di un altro discorso, di quello che dura tutta una vita.

Un'insegnante che è anche namma, 2004

Redazione

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