«Più il problema di A. viene spiegato e più riesco a mostrare a chi le sta intorno come potersi relazionare con lei e meno si trova a rimanere sola». Le parole della mamma di A., una bimba di tre anni all’epoca, spiegano molto bene cosa guida l’associazione Una breccia nel muro. I genitori di A., all’indomani della diagnosi di sindrome dello spettro autistico, «non riuscivano ad immaginare un domani»; un anno più tardi organizzavano una festa di compleanno per la loro figlia. Un pomeriggio a misura di ogni bambino in cui una mappa costruita con immagini note e simboli, una favola e dei costumi per tutti gli invitati che davano il segno della differenza, alla pari, con gli altri bambini nel parco, un tesoro di pizza bianca e caramelle… Sono stati gli ingredienti di una caccia al tesoro che hanno permesso ad A. di essere protagonista di una festa in cui i bambini hanno giocato, tutti insieme, con grande divertimento e hanno imparato qual è il modo per comunicare con lei. Quello che A. ha imparato attraverso il programma alla Breccia.
Una breccia nel muro è un’associazione di volontariato e Una breccia nel muro – Servizi una cooperativa di servizi, due braccia con un medesimo obiettivo. I terapisti e i supervisori della cooperativa insegnano ogni giorno ai bambini (dai 18 mesi ai 12 anni e, con altri servizi, fino ai 18) a indicare preferenze o bisogni e a facilitare le relazioni sociali, con programmi altamente personalizzati legati all’analisi comportamentale; L’associazione eroga le terapie in solidarietà, avvalendosi del personale della cooperativa. I volontari si occupano di raccolta fondi, delle attività di servizio e del progetto “Con gli altri, come gli altri”: perché un bambino con autismo possa vivere insieme agli altri e perché le famiglie non vengano lasciate sole e nella paura di non poter vivere esperienze comuni per gli altri, come andare al cinema. Il buio, i rumori forti, il restare a lungo seduti rischiano di essere ciascuno un motivo scatenante di qualche comportamento problematico. La Breccia organizza spettacoli a misura: le luci in sala sono soffuse, il volume è ridotto; l’eventuale urlo o corsa del bambino non sono inaspettati, sollevando i genitori dall’ansia.
Uno sport con contatti fisici frequenti e importanti come il rugby può essere proposto a chi tanto li evita?
Uno sport con contatti fisici frequenti e importanti come il rugby può essere proposto a chi tanto li evita?
Oltre alla formazione di operatori e familiari e alla ricerca per il miglioramento delle strategie educative, l’associazione promuove numerosi progetti inclusivi innovativi e inaspettati. Il progetto rugby, ad esempio: può uno sport con contatti fisici così frequenti e importanti essere proposto a chi tanto spesso li evita? Sembra proprio di sì e l’impegno rigoroso sul singolo e sul gruppo aiuta il progresso nell’area delle relazioni sociali. Poi il golf, gli scacchi, le giornate sulla neve, tutte attività aperte anche ad altri bambini, familiari, amici e compagni di scuola.
L’associazione dal 2010 e la cooperativa dal 2016 operano sull’autismo, attraverso metodi scientificamente riconosciuti, nelle sedi di Roma e Salerno. Cooperano con istituzioni universitarie e ospedaliere, come il Bambino Gesù, e con associazioni private sociali del territorio dando vita a un circuito fecondo che permette di sostenere le famiglie in difficoltà economica. Alberto Zuliani, il presidente, sottolinea nei suoi interventi che «dall’autismo non si guarisce», è una condizione, ma si può migliorare la qualità di vita delle persone autistiche, favorirne l’inclusione a partire dalla scuola, e ridare fiducia alle famiglie. Alice, una mamma, sottolinea che «è importante parlare di quella che è la propria realtà. Perché paradossalmente se l’autismo è il 90% della tua vita, di fatto è la parte più piccola che condividi con le persone che incontri durante il giorno». La vedete, ora, la breccia nel muro?
