«Sono Matteo e ho una disabilità molto grave ma se sono qui vuol dire che molte barriere sono state eliminate» scrive sul telefonino della mamma un ragazzo autistico estremamente consapevole di se stesso e del mondo che lo circonda. Lo ha fatto intervenendo, in tandem con il suo amico Paolo, al convegno che suor Veronica Donatello – tornado in tonaca responsabile del settore per la catechesi delle persone con disabilità dell’Ufficio Catechistico nazionale della Cei – ha organizzato a Sacrofano a fine aprile per parlare dell’accompagnamento spirituale della persona con disabilità, un bisogno vitale che Matteo ha così definito: «Non è solo un diritto nostro e vostro, ma è un bisogno che ci viene da dentro e ci aiuta a portare meglio il nostro carico quotidiano perché Gesù ci fa sentire unici e speciali e voi avete il compito di farcelo vivere. Io mi rendo disponibile a una collaborazione».
Tante barriere sono state eliminate, ha ragione Matteo, ma ci sono ancora moltissimi muri che bisogna buttare giù perché la Chiesa diventi veramente quella “comunità generativa” di cui tanto si è parlato a Sacrofano dove, più che partecipare a un convegno, abbiamo avuto il privilegio di assaggiare un concentrato multivitaminico di testimonianze e progetti. Molto diversi tra loro ma accomunati dal desiderio che la “Chiesa in uscita” cominci davvero ad abitare – come ha detto monsignor Semeraro, vescovo di Albano – «nella vita della gente, nei territori delle persone, nella vita quotidiana che è l’unico alfabeto per comunicare il Vangelo». Nel suo intervento, Semeraro, in poche parole, ha sintetizzato il nodo di tante questioni ancora irrisolte, dentro e fuori la Chiesa: «Servono relazioni, non basta l’omelia dal pulpito. La fede si trasmette da persona a persona, così come per partecipare a un sacramento bisogna vedersi e toccarsi. Le relazioni servono per raggiungere gli uomini in tutte le loro dimensioni».
Non basta l’omelia dal pulpito, servono relazioni. La fede si trasmette da persona a persona così come per partecipare a un sacramento bisogna vedersi e toccarsi
Non basta l’omelia dal pulpito, servono relazioni. La fede si trasmette da persona a persona così come per partecipare a un sacramento bisogna vedersi e toccarsiIl convegno ha raccontato come solo scendendo dal pulpito dei nostri pregiudizi sia possibile raggiungere l’essere umano e creare relazioni, mischiando le proprie e le altrui fragilità, i propri e gli altrui desideri e bisogni. Lo scopo non era certo quello di dire quanto siamo stati bravi ad avere avuto quell’idea o ad aver realizzato quel progetto per rispondere ai bisogni spirituali delle persone con disabilità (e vi assicuro che di idee e progetti ne abbiamo visti di meravigliosi e in quantità) ma quello di interrogarci sull’idea che abbiamo delle persone con disabilità. Su quanto siamo capaci di guardarle e dar loro risposte vere, opportune e gentili.
Guardare la disabilità e perdere di vista la persona o pensare che esista una risposta oggettiva per tutti i “disabili” è il peggiore e il più grave tra gli errori possibili. E a Sacrofano il professor Lucio Moderato ha sostenuto con forza (e lo fa girando per tutta Italia, per spiegare che l’autismo non è una malattia ma una condizione) che «siamo noi che dobbiamo vedere le persone e cambiare i paradigmi». Da ateo convinto, quando dalla platea gli è stato chiesto a cosa credesse, Moderato ha declinato laicamente – e brillantemente – le sue tre virtù teologali: fede nelle capacità di apprendimento delle persone; speranza che dietro l’angolo possa esserci sempre qualcosa capace di stupirci; amore come motore della forza di volontà. E Lucio Moderato non solo è tra i massimi esperti mondiali nel campo delle disabilità intellettive e dei disturbi dello spettro autistico: forte della tetraparesi spastica che lo accompagna dalla nascita, il professore ci dimostra che un altro mondo è veramente possibile.