Una pizza? Un caffè?

Ancora dopo 11 anni, l'assenza di mia mamma si fa sentire tanto, soprattutto nella vicinanza delle altre persone con noi.
Una pizza? Un caffè?
Luciana Spigolon

Ormai da poco più di undici anni, in questa casa siamo rimasti solo noi tre. Dopo la morte della mamma tutto è più vuoto, non solo perché lei non c’è, ma anche perché non c’è più nessuno che viene a prendere un caffè e fare una chiacchierata. Mia mamma, una donna molto aperta, vivace, allegra, di compagnia non perdeva occasione per dire agli altri: «vieni a bere un caffè, vieni a trovarmi!». E c’era un piccolo gruppo di persone che veniva, e se passava troppo tempo, si attaccava al telefono e chiamava il mondo.

Lei non c’è più, e io posso contare sulle dita di una mano le persone che vengono a trovarmi o, meglio ancora, a trovarci e stare un po’ di tempo con noi.

«Vieni a bere un caffè?». La caffettiera è fredda e il gusto del berlo in compagnia, seduta, non c’è più. Giorgio e Cristina non bevono il caffè; sì, parlo con loro e dico “facciamo un caffè”, ma in realtà è solo per me; a volte in questi ultimi anni, quando Giorgio è molto assopito nel pomeriggio, gli do il caffè per la PEG con la speranza che si svegli un po’!

Piuttosto mi capita di ricevere degli inviti ad andare a mangiare da un paio di coppie, oppure una pizza, mentre è molto più raro che qualcuno ci pensi e venga a casa nostra con la pizza per consumarla insieme, anche se ho detto a costoro più volte che vengano loro, così ci si può trovare prima e io posso stare anche più tranquilla per il fatto che i fratelli sono con me, e non da soli. Anche questo era molto più frequente ai tempi della mamma, ma non solo la pizza, pranzi o cene, perché lei aveva la passione di cucinare.

A me manca questo bere un caffè in compagnia, mangiare qualcosa qui a casa; manca il sentire che qualcuno venga a trovarci per stare un po’ con noi tre; manca una chiamata che dica: «siete a casa? Tra poco arrivo con la pizza!». Ho condiviso poco tempo fa con una amica questo pensiero: »sì, se ricevo degli inviti, sono sempre io che devo andare dagli altri e non viceversa, e così per non rifiutare l’invito esco, dopo aver fatto ogni cosa, aver messo a letto Giorgio e Cristina, e chiuso tutto. Ma non sono contenta!»

Questa amica mi ha detto di guardare il positivo della cosa, il fatto che io sono stata invitata e ho la possibilità di uscire (come se io aspettassi solo queste occasioni per uscire). Sono d’accordo, sì e anche no, perché ciò che desidero di più è che gli altri vengano e stiano con noi e non con me. E nel momento in cui vengono accettano me, e in qualche modo accettano anche Giorgio e Cristina; accettano e condividono. Io sento la solitudine perché gli amici di un tempo, con i quali abbiamo condiviso molto, non ci sono più, anche se abitano ancora nello stesso paese; neppure telefonicamente. Anche quelle persone amiche della mamma raramente si fanno sentire, eppure se c’era lei c’ero anch’io, dove andava lei andavo anch’io perché ero io a portarla. Anche se è una immagine sbagliata, la sua morte ha portato via tutte le relazioni.

Per Giorgio e Cristina, per me, per noi, ci sono sempre quei pochi che si possono contare nelle dita della mano. E così quasi tutte le sere alle 21 circa siamo tutti e tre a letto, perché già ci siamo detti tutto tra noi (loro non parlano). Giorgio, che dei due era quello più attivo, ora con il passare del tempo prende sonno presto e comincia a russare in carrozzina. Io stanca della giornata, dei pensieri, delle preoccupazioni mi fermo, leggo, scrivo, prego.

So che non faccio una scoperta o dico una cosa nuova… purtroppo, il mondo della disabilità ha in se stesso tanta solitudine, isolamento sociale perché i ritmi di gestione che ci sono in famiglia non sono paragonabili alla società. Io oggi a 60 anni, da sola con due persone da curare, mi sento fuori completamente. «Vieni a bere un caffè?» che può anche significare «vieni a vederci, a sentire come stiamo!», «vieni, stiamo in compagnia».

E voi preferite essere invitati a bere un caffè o sapere che arriva qualcuno a prenderlo da voi?

Luciana Spigolon

Luciana Spigolon

Padovana classe 1962, Luciana condivide riflessioni e quotidianità della sua vita con due fratelli con disabilità grave, Giorgio e Cristina. Dal 2024 cura il Diario di Luciana

In totale 349 autori hanno collaborato con Ombre e Luci.

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