Non sarà per tutti così certamente, ma i testi che abbiamo ricevuto da sorelle e fratelli di persone disabili ci hanno lasciati piacevolmente sorpresi.
Indubbiamente i tempi sono cambiati e in meglio. Vent’anni fa, i fratelli e le sorelle erano chiusi nel loro dolore silenzioso: avevano paura e vergogna di parlare di quello che si viveva a casa. Non osavano neppure chiedere ai genitori il perché di tante "cose" cui assistevano impotenti. Ora, grazie agli aiuti che ricevono i genitori, grazie all’integrazione a scuola, ai romanzi, ai film, alle trasmissioni televisive, le "cose" si sono fatte più manifeste. Se ne parla, si dà un nome alle anomalie, alle malattie, ai disturbi. Il miglioramento delle cure, la presa in carico da parte dei servizi, hanno creato un clima più disteso intorno al mondo dell’handicap.
Se non è facile e non lo sarà mai, essere fratello o sorella, maggiore o minore, di una persona disabile, certamente ora più di prima, non ci si vergogna di essere felici e sani accanto a lui, di vivere la propria vita, di uscire, di amare, di fondare una famiglia.
Così è più facili amarli in modo giusto, aiutarli, vivere accanto a loro con un po’ di umorismo. È naturale, quando è necessario, diventare difensori nei loro confronti, stimolatori dei loro progressi.
È bello leggere le testimonianze che seguono senza dimenticare che dietro tanta positività c’è ancora una grande sofferenza — è normale che ci sia — ma come è importante vedere scaturire da essa una maturità, certamente un po’ forzata, che impressiona per la serenità e la pacatezza che ad essa si accompagna.
Ed è incredibile — non per tutti purtroppo sarà così — vedere la gratitudine vera e spontanea che sgorga in quasi tutti verso quel fratello o quella sorella che erroneamente ancor oggi si crede essere solo una disgrazia per ogni famiglia.
Quanto cammino è stato fatto e come dobbiamo riconoscere anche noi con stupore che — come dice Francesca Sauro — "le diversità più le allontaniamo da noi e più ci fanno paura".
Mariangela Bertolini, 2009
