Serve davvero pregare per la pace?

Don Marco Bove prova a rispondere a questa domanda con una riflessione sulla guerra in Ucraina.
Serve davvero pregare per la pace?
Festeggiamenti per i 40 anni di Fede e Luce a Lviv (Ucraina), a cui hanno partecipato anche le comunità di Russia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lituania e Georgia (2012) (Foto Foi et Lumière)

Sono giorni davvero difficili e carichi di angoscia per la guerra scoppiata in Ucraina e ogni giorno ci giungono notizie di scontri armati, morte e distruzione. È un’angoscia che ci prende pensando alle popolazioni civili, a tante persone che stanno soffrendo e che, da un giorno all’altro, hanno visto la loro vita completamente stravolta.

Ma tutto questo ci tocca anche perché ci rispecchiamo in quelle persone: potremmo essere noi al loro posto, potrebbero essere i nostri bambini quelli che vediamo o di cui sentiamo tutte queste notizie. Dentro di noi c’è un misto di solidarietà e di paura: solidarietà che tantissimi hanno mostrato, offrendo accoglienza, denaro, medicinali; ma anche paura, perché la domanda, non detta ma sentita, potrebbe essere: «E se arriva anche da noi la guerra? E se domani dovessi scappare anch’io e lasciare tutto?». E ci sentiamo impotenti, perché davanti a una minaccia di questo genere non abbiamo difese, e fare qualcosa per aiutare chi sta scappando dalla guerra è già qualcosa ma non basta, perché non fa finire una guerra che consideriamo una follia e che papa Francesco ha definito un sacrilegio.

Ma per noi, che come credenti ci troviamo davanti a una simile tragedia, non ci dovrebbe essere qualcosa ancora che possiamo fare? In effetti in queste settimane più volte siamo stati invitati a pregare per la pace, abbiamo scambiato immagini, abbiamo condiviso inviti e alcuni di noi hanno anche partecipato a momenti di riflessione, marce per la pace e veglie di preghiera.

In Ucraina ci sono 39 comunità di Fede e Luce, e in queste settimane siamo riusciti a rimanere in contatto con Oksana e Ulyana, le due coordinatrici di Fede e Luce in Ucraina, che ci hanno dato notizie e ci hanno invitato a pregare con loro e per loro. Anche noi in Italia abbiamo pregato e stiamo pregando per la pace, ma intanto la guerra va avanti e tante persone innocenti continuano a soffrire e a morire. Ma serve davvero pregare per la pace?

Io credo di sì, io credo che la preghiera può cambiare le cose per due motivi: anzitutto può cambiare il nostro cuore e il nostro sguardo, perché ogni guerra, dalla più piccola alla più grande e devastante, comincia dentro di noi, nelle nostre relazioni e nel nostro modo di stare davanti all’altro, che può diventare un nemico se non viene riconosciuto come fratello o sorella.

Ma pregare per la pace serve perché là dove noi non possiamo arrivare e non abbiamo più strumenti disponibili, arriva la forza dello Spirito Santo, che tocca i cuori e riesce a guidare le decisioni, consola chi soffre e dona speranza a chi non riesce a vedere un possibile futuro. «Nulla è impossibile a Dio» (Luca 1,37) leggiamo nel vangelo dell’annunciazione, e dunque anche oggi la nostra preghiera può servire a questo, cioè ad affidare alle mani di Dio ciò che a noi non è possibile, a chiedere a Dio di arrivare dentro le stanze dove si prendono le decisioni importanti di questo conflitto, ma soprattutto in quella stanza che è la nostra coscienza, il nostro cuore, dove sono in lotta il bene e il male, la vita e la morte, il perdono e la vendetta.

La pace comincia dunque dentro di noi, per poi estendersi a tutte le relazioni e le decisioni della nostra vita. La pace può diventare contagiosa, ma è un compito che dobbiamo prenderci tutti e non può essere delegato a nessuno, nemmeno a Dio. Lui fa la sua parte certamente, ma chiede a noi di prenderci la responsabilità di cercarla e costruirla, ogni giorno. Se ogni giorno non costruiamo un pezzetto di pace, anche se questa guerra finirà, presto o tardi ne scoppierà un’altra.

Marco Bove

Marco Bove

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