Anche in Cina può capitare che il giornalismo d'inchiesta riesca a scoperchiare fatti tenuti nascosti all'opinione pubblica. Siamo nel 2003; Han Dong, giovane aspirante giornalista che è riuscito a ottenere uno stage presso un prestigioso quotidiano, sembra vicino allo scoop capace di dare una svolta alla sua carriera quando trova le prove di un vasto sistema di falsificazione di certificati medici con cui i malati di epatite B nascondono la loro malattia. I certificati sono pretesi da scuole, università, datori di lavoro: per chi ha la malattia, pur senza alcuna motivazione legale si chiude ogni porta, perciò un falso certificato medico è l'unica soluzione. Il ragazzo ha una crisi di coscienza, decide di abbandonare il suo scoop e di indagare invece sul sistema illegale di discriminazioni che ha scoperto: dà voce alle tante persone la cui unica colpa è di avere contratto, spesso inavvertitamente, una malattia che, anche se non li uccide, rende loro complicatissima la vita sociale. Alcuni li conosce personalmente: il suo più caro amico che nonostante gli ottimi voti all'università non riesce a proseguire nella carriera accademica e neppure trova lavoro, una bambina cui fa ripetizioni che rischia di non poter mai più andare a scuola. Sono i volti più riconoscibili di una folla in cui i "malati" all'apparenza sono indistinguibili dai "sani", ma subiscono la malattia come una ingiusta condanna senza speranza.
Il titolo internazionale del film di Wang Jing è The best is yet to come, ma quello originale significa all'incirca senza sosta, senza riposo: come l'impegno del giornalista che ha lottato per aiutare chi ne aveva bisogno, ma ricorda anche che la lotta alle discriminazioni deve proseguire appunto senza sosta e senza riposo, perché nonostante la legge ora le vieti, esse sono ancora praticate illegalmente.
Com’è difficile convivere con l’epatite B
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