Vi ammiro per come riuscite ad affrontare certi problemi e argomenti di cui è difficile leggere altrove se non in termini prettamente clinici. Proprio per la fiducia che ripongo nella sensibilità di questo giornale, vorrei sottoporre alla vostra attenzione un problema.
Sono maestra elementare e un mio alunno di sette anni ha il papà affetto da sclerosi multipla, malattia che ultimamente lo costringe spesso sulla sedia a rotelle. Durante uno dei colloqui con la mamma è venuta fuori una richiesta di aiuto, disperata, perché il bambino, che all’apparenza non da segni evidenti di alcun disagio, in realtà non accetta un papà che non possa «giocare a pallone» come gli altri papà, e una mamma troppo presa, secondo lui, a curare il papà.
Al comportamento tranquillo e «normale» a scuola, corrisponde infatti un atteggiamento rabbioso e insofferente a casa. Io e le mie colleghe di classe, finora, non siamo riuscite a far manifestare esplicitamente al bambino questa sua grande infelicità. Solo da alcuni disegni e da alcune considerazioni indirette (tipo «non mi piace il Natale perché ci sono le vacanze e io devo stare a casa»; Domanda «a cosa serve la famiglia?» Risposta «a niente») abbiamo compreso che il bambino tende a nascondere il problema e a volerne restare il più lontano possibile.
Le questioni che vi pongo, sperando di trovare qualcuno che possa rispondere, sono varie:
1) Come aiutare un figlio di genitore con handicap soprattutto in un età delicata come quella evolutiva?
2) Come aiutare un coniuge di una persona con handicap e figli?
3) Quale ruolo può svolgere (e soprattutto con quali STRUMENTI) un insegnante che passa molte ore della giornata accanto a un bambino con questo problema?
- Monica, 1999

