I delfini possiedono veramente la capacità di aiutare a far fronte ad alcuni gravi disturbi psichici, quali l'autismo e la depressione?
Da qualche anno, il delfinario di Rimini accoglie - in periodi e orari determinati e sotto la direttiva di personale specializzato - bambini autistici e persone con gravi depressioni.
L'idea di far nuotare queste persone in compagnia dei delfini è venuta, per caso, quindici anni fa, negli Stati Uniti. E’ apparso, infatti, da subito, che questi animali intelligenti, amanti del gioco e amici dell'uomo, con la loro presenza, i loro movimenti, il loro approccio, avevano un effetto benefico sulle persone in grave situazione di isolamento e di tensione.
Questa osservazione ha portato a mettere in atto e a sviluppare questa pratica e le nuove osservazioni continuano a confermare le prime impressioni. Perché?, Come mai? In che modo?
Nessuno sa ancora spiegare con precisione che cosa accade tra i delfini e le persone in difficoltà; ma l'effetto di distensione, la sensazione di benessere, l'impressione di rivitalizzazione sembrano elementi validi per sussidiare terapie generalmente difficili.
Maria è andata a Rimini a nuotare con i delfini. Maria, 23 anni, è molto chiusa nel suo autismo e sembra costantemente in preda alla tensione e alla paura, che la portano spesso a crisi di urla e di auto-aggressività.
Ci son voluti tre giorni a Maria per entrare nel bacino con i delfini. Sa nuotare da molto tempo, ma...la novità, le paure, qualche cos’altro...aveva bisogno di tempo.
Finalmente, la mano tesa, lo sguardo fisso, e poi il tuffo in mezzo a quegli enormi animali, potenti ma dolci, graziosi e divertenti. Maria è entrata nell'acqua con loro e ha nuotato.
L'impressione di distensione prolungatasi al di là delle “nuotate” fa pensare che la presenza dei delfini aiuti ad aprire delle piccole porte, a oltrepassare dei piccoli (ma immensi) ostacoli.
Le esperienze e le osservazioni future permetteranno, forse, col tempo, di spiegare ciò che. per ora, possiamo solo indovinare e intravedere.
- Nicole Schulthes, 1998