La mia lampada frontale

Quattro anni dopo la morte di sua figlia Thais, Anne-Dauphine Julliand scrive un nuovo libro, una rilettura della sua vita familiare doppiamente colpita dall’handicap e dalla malattia. E confessa un po’ il ruolo svolto dalla fede in questa tormentata vice
La mia lampada frontale
Copertina di "Une Journée pariculière"
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 10 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Ho creduto in Dio fin da piccola, con una fede tranquilla e confortante che non aveva conosciuto, fino ad allora, la prova né del tempo né del fuoco Mi era stato facile credere quando la vita mi sorrideva, apprezzare la bontà divina quando mi copriva di doni. Tutto era semplice fino a quando la malattia di Thais venne a mettere scompiglio nella mia vita come un cane che butta all’aria dei birilli ben ordinati. Quel giorno il mio orizzonte si è oscurato. Il futuro in qualche istante ha preso il colore scuro della più nera sfortuna. Non ho più guardato avanti. Ho smesso di guardare lontano per paura di perdermi. Ho levato gli occhi al cielo. E ho cercato la luce.

Nella prova, nella vertiginosa scalata del mio Himalaya, la mia fede in Dio è così diventata lanterna, o più esattamente la mia lampada frontale; quella che gli alpinisti fissano intorno alla testa, ben centrata sulla fronte per vedere dove mettono i piedi e rendere sicuro il loro cammino.

Questa lampada mi permette di schiarire la mia strada, di scacciare l’angosciante oscurità e andare avanti con fiducia. Il suo fascio luminoso non arriva fino alla cima, dispensa una luce solo sul cammino da percorrere, passo dopo passo, giorno per giorno. Mai più lontano. La lampada mi aiuta a preoccuparmi solo della giornata in corso, senza angosciarmi per il futuro. Ieri era, domani sarà, solo oggi è.

La fede non mi impedisce di soffrire


Una mamma avvilita mi ha fatto questa osservazione: “Come la invidio. La prova è più facile per lei perché ha fede in Dio”. Ho colto perfettamente il senso della sua frase. E tuttavia… Se sapesse fino a qual punto ho sofferto! La sua pena non ha niente da invidiare alla mia.

Nel momento dell’addio di Thais, ho provato l’insondabile dolore di una mamma che perde la carne della sua carne, credente o no. Nell’istante in cui la fredda terra ha ricoperto il corpo adorato di Thais, ho conosciuto l’oscurità, ho vissuto le tenebre, come ogni madre che non può più vedere suo figlio. La fede non mi impedisce di soffrire. Non è la panacea, il rimedio miracoloso contro i mali del corpo e del cuore. La fede non risparmia nulla del dolore umano; sta solamente prima di una barriera: la disperazione.

Estratto da Une Journée pariculière di Anne-Dauphine Julliand
Les Arènes, maggio 2013 p. 120-123

Redazione

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