Il pellegrinaggio comincia molto prima della sua data effettiva, inizia nel cuore di ognuno di noi nel momento in cui ci poniamo due domande: “Cosa ci faccio in Fede e Luce?” e “Perché ci resto?”. Fede e Luce non è un impegno lavorativo, tanto meno un dovere prescritto da un dottore, ma un luogo in cui stare bene, con se stessi e con gli altri e, per questo, a volte, fa paura.
Come fanno ad essere felici nonostante il loro dolore?
Come fanno ad essere felici nonostante il loro dolore?
Inizia il pellegrinaggio e le domande non trovano subito risposta, ma si aggiungono ad altri interrogativi: “Come fanno ad essere felici nonostante il loro dolore?”, “Quanto gli è costato essere oggi qui, nonostante la carrozzella e le difficoltà fisiche?”. Il tempo scorre e le risposte arrivano piano piano, una ad una. È in quel momento che impari qualcosa in più che non potrai dimenticare mai. Primo: il dolore non è assoluto, l’ho imparato grazie ai molti ragazzi che porteranno per tutta la vita il loro disagio fisico e psicologico. Vedendoli, pensavo: “Il loro dolore è costante, non li abbandonerà mai”. Poi mi hanno spiazzata, loro sapevano andare oltre il loro disagio, spogliarsi di tutto e gioire pienamente dei momenti bellissimi vissuti insieme. Ricordo, nel mimo dedicato a san Francesco, un sole che in quel momento non era altro che sole. Si trattava di un ragazzo in carrozzella, vestito di giallo, che non poteva far nulla per recitare eppure sapeva splendere su quel palco in una maniera disarmante. Ricordo gli alberi e i fiori, ragazzi che interpretavano la bellezza del creato come se fosse una cosa naturale, riuscivano davvero a sentirsi tali, in quel momento ho compreso cosa significa “Trovare grazia in se stessi”. Spesso inseguiamo la felicità perfetta, anche un piccolo fuori programma ci infastidisce e ci fa pensare “Non posso mai stare tranquillo!”, la felicità è imperfetta, nasce proprio dall’imperfezione, non ci piove in testa per caso, scegliamo di essere felici, comunque e nonostante tutto. I ragazzi su quel palco me l’hanno dimostrato. Secondo: le storie d’amore non sono facili, ed è per questo che sono bellissime. Questa è stata la risposta alla mia domanda: “Perché sono in Fede e Luce?”. Di Fede e Luce molti si innamorano, ma ad un certo punto devi scegliere, c’è chi resta e chi se ne va. La differenza sta nel fatto che chi resta decide di passare alla fase dell’Amore, chi se ne va preferiva l’innamoramento. L’Amore è più complicato, è fatto anche di odio, di delusione, di disagio, di malumori e, nonostante questo, si resta, si sceglie di “Esserci”. Questo l’ho capito grazie a Ghislain. Un giorno, salendo sul palco per raccontare la sua storia, disse “Fede e Luce non è solo essere con, ma soprattutto, restare, anche se sei maldestro”. Quando vivi una storia d’amore, non ti preoccupi di presentarti al meglio, ma vuoi essere te stesso, con tutte le tue piccolezze, in totale umiltà, ti fai conoscere dall’altro per quello che sei. Poi avviene la magia: l’altro ti accetta così come sei, non ti chiede di più, chiede solo di poterti amare e di essere amato da te. Fede e Luce è proprio questo, mostrarsi stanco, capriccioso, nervoso e vedere che per l’altro non è strano, è la norma. In Fede e Luce la straordinarietà è normale, ed è per questo che mi piace.
“Fede e Luce non è solo essere con, ma soprattutto, restare , anche se sei maldestro”
“Fede e Luce non è solo essere con, ma soprattutto, restare, anche se sei maldestro”
Fede e Luce è andare contro corrente in un periodo in cui solo l’immagine conta: qualcuno, non sappiamo bene chi, ci dice che non possiamo essere grassi, né zoppi, né bassi, né tristi, nemmeno vecchi. Bisogna che tu sia sempre bello, allegro e, soprattutto, fisicamente in forma, altrimenti cosa penseranno gli altri? Ho scoperto una dimensione dove essere se stessi non comporta la fuga dell’altro, che continua ad esserci per te. Questo è tanto straordinariamente scontato da diventare meraviglioso. Le risposte sono arrivate e torniamo a casa pieni di doni che non avevamo nemmeno chiesto. La mamma di un ragazzo mi racconta, dopo qualche giorno, che suo figlio non è riuscito a descriverle il pellegrinaggio perché il pianto ha interrotto le sue parole. Ho compreso la sua reazione, è quello che ho provato anche io, le lacrime hanno sostituito ogni parola e hanno permesso di intuire la rivoluzione che è avvenuta in ognuno di noi. - di Isabella Ginni, 2015
