Io mi domando

Riflessione di una catechista sul confronto tra la sua esperienza con ragazzi disabili e bambini "normali", che rivela sfide inattese nell'educazione religiosa contemporanea
Io mi domando
Foto di Fia Yang su Unsplash
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 40 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Mi ritrovo sola "a tu per tu" con un ragazzo handicappato: ho scelto io, deliberatamente, quel momento, da tempo atteso e temuto insieme. In lui soltanto gli occhi parlano, ed ogni volta, davanti a quegli occhi, io mi scopro inadeguata ed incapace, ma ora non c'è via d'uscita; senza quasi rendermene conto, incomincio a parlare.

Le parole affiorano dapprima incerte e poi via via più intense: in quegli occhi io vedo, io "sento" una risposta che mi invade di stupore, perché porta in sé la forza di un annuncio.
Ritengo irrepetibile quel momento, che invece ritroverò in tutta la sua intatta freschezza durante una celebrazione Fede e Luce, nello scorso novembre a Milano.

In quei giorni stavo preparandomi con le altre catechiste per il cammino di iniziazione che quest'anno avrei condiviso con un nuovo gruppo di ragazzi. Pensavo ai primi incontri, tutti da vivere nell'entusiasmo della creatività, nel calore dell'accoglienza; invece, ogni volta, mi pare di tendere le braccia verso il vuoto.

Tra quei bambini qualcuno porta i segni di una snervante irrequietezza, all'origine della quale vi è sempre una situazione familiare lacerata o lacerante.
Altri mi sembrano segnati da un'assurda cattiveria, inesplicabilmente dissociati dai messaggi più contrastanti.
Bambini "normalissimi" ipernutriti e vitaminizzati, ma continuamente imprigionati nel susseguirsi degli impegni più incalzanti; il tutto corredato dall'insopportabile frenesia, e da una deludente incapacità di concentrazione.

Mi trovo di fronte all'handicap più ingiusto e doloroso: quei bambini sono esposti senza possibilità di difesa a quella loro vita tutta orientata verso l'efficientismo più esasperante, e non sono loro i responsabili di questi mali.
Più di una volta sono stata tentata di rompere la guerra.

Ora, a mesi di distanza, io mi sento debitrice verso i "miei" bambini: forse io desideravo soprattutto la loro tenerezza; mi chiederebbero invece una più sofferta disponibilità.

Adele Ghielmi (catechista a Milano), 1980

Redazione

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