Il mistero del bambino psicotico

Il mistero del bambino psicotico
(foto archivio Ombre e Luci)
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 40 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

La comunicazione di una persona con un'altra ci appare primaria, spontanea, naturale: senza problemi. Una mamma parla al suo bimbo fin dalle prime ore di vita. Lo guarda con l'amore che viene dal cuore e che si esprime nello sguardo, nel sorriso. Un’infermiera le mette il bambino fra le braccia o glielo riprende; tutte e due son d'accordo che i loro gesti di grande dolcezza corrispondano al mistero di conoscenza e di amore racchiuso in quella minuscola persona.
Il bambino, fin dal seno materno, percepisce benessere e sofferenza. Dalla nascita, pur senza rendersene conto, entra in contatto con il mondo esterno, per mezzo dei sensi, dell’affettività, e in un secondo tempo, senza preavviso, per mezzo dell’intelligenza, che si risveglia. Ancor di più, percepisce l’angoscia e l'amore. Nella sua vulnerabilità può crescere e svilupparsi solo se fra lui e chi lo circonda si stabilisce una comunione vitale.

Eppure capita che questa relazione fra persona e persona fallisca, diventi impossibile. Succede che dei bambini, a volte fin dal primo mese di vita, sembrino sordi. Non lo sono. Vedono tutto, sentono tutto. I cinque sensi sono intatti. Tuttavia non entrano in relazione con il mondo circostante. I genitori scoprono progressivamente che il bambino è come murato in se stesso. Il cuore, l'affettività sembrano non esser mai stati risvegliati. Ora silenzioso e freddo, perfino ostile, ora aggressivo, come straniero a se stesso (parla spesso di sè dicendo «lui» o «lei»), utilizza solo alcune parole che preferisce, cresce come se il suo mondo immaginario fosse il mondo reale, riducendo quasi a nulla la vita di relazione con chi lo circonda.

I genitori scoprono progressivamente che il bambino è come murato in se stesso

I genitori scoprono progressivamente che il bambino è come murato in se stesso
La medicina ha chiamato questo handicap così doloroso per il bambino stesso, per la famiglia, per i parenti, «psicosi infantile». Questa malattia, ancora mal definita, presenta sintomi molto diversi e gradi molto diversi. Nella forma grave è detta «autismo».
Scoprire questa chiusura in un figlio costituisce per i genitori una delle prove più pesanti. Ci sono infatti degli handicap mentali anche molto gravi che lasciano al bambino, non solo intatte ma a volte più affinate, le gioie e le pene, le manifestazioni di affetto e di rifiuto. I genitori di un bambino psicotico non hanno neppure questa consolazione. Raggiungono poco o male il cuore del proprio figlio, la sua persona. Cosa darebbero per ricevere un sorriso di gratitudine, per scoprire un moto di gioia, per scorgere il sussulto segreto ma veramente sicuro di un affetto e di un amore!
Bisogna riconoscerlo, è quasi inevitabile che questi genitori si pongano delle domande e che spesso queste girino intorno alla loro colpevolezza. Che cosa hanno fatto perchè il loro figlio viva tale sofferenza? «Perchè io, sua mamma, non posso capire la sua attesa, non posso raggiungerlo là dove è? Perchè questa indifferenza? questa estraneità? l'aggressività senza motivo apparente?»
Nell’impossibilità di trovare una risposta, c’è il rischio di sprofondare in una colpevolezza corrosiva. Eppure è così fondamentale non lasciarsi sommergere da questo senso di colpa. Perchè, anche se alcuni genitori, soprattutto per la loro fragilità e ferite personali, non fossero stati sufficientemente accoglienti e affettuosi con il loro bambino, Dio è vicino a loro. Con una tenerezza infinita è venuto non per giudicare, ma per guarire e salvare.
Solo quando si è superata la domanda «Sono o no responsabile?» si può cercare di raggiungere il segreto del bambino. E' nella fede e con la fiducia che si può vivere con un bambino così, riconoscendo senza tregua che è una persona, ricordandosi senza fine che Dio dimora in lui.
Dall’incontro con molti genitori ho imparato a poco a poco che ciò che aspettano nel profondo del cuore, non è che noi ignoriamo la loro sofferenza, nè che aggiungiamo la nostra pena alla loro, né che li lasciamo sperare in una guarigione miracolosa, né che cerchiamo di liberarli dal senso di colpa con ragioni anche certe. Una cosa vogliono: ricevere luce e forza e raggiungere il mistero nascosto del loro figliolo nel quale Dio, Egli sì, riconosce un suo figlio.

-di Marie Hélène Mathieu, 1984

Marie Hélène Mathieu

Marie Hélène Mathieu

Marie-Hélène Mathieu è nata il 4 luglio 1929 a Tournus in Francia. Educatrice specializzata, allieva di padre Henri Bissonier, ha fondato l'Office Chrétien des Personnes Handicappées (1963), poi…

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