Vive in provincia di Bergamo, Claudia Losa, ventiquattrenne che conduce una vita molto attiva su tanti fronti. Comunica attraverso un dispositivo con tastiera e sintesi vocale, esprimendosi con simpatia e intelligenza. Le chiediamo cosa si aspetta dalla nuova normativa sul progetto di vita e di raccontarci qualcosa della sua esperienza lavorativa, che per ogni giovane in formazione superiore rimane un perno fondamentale su cui orientare la propria vita.
Sono Claudia, una ragazza con una grave disabilità fisica e linguistica: nonostante la mia vita sia costellata da sfide e fatiche quotidiane, nel 2021 mi sono diplomata in Servizi Commerciali – Opzione Promozione Commerciale e Pubblicitaria, e a ottobre 2024 mi sono laureata in Scienze della Comunicazione – Curriculum Impresa e Società. Ora sto studiando nel Corso di Laurea Magistrale di Comunicazione, Informazione, Editoria – Curriculum Comunicazione per l’Impresa. Oltre questo, nel tempo libero creo lettering calligrafici digitali per i miei amici, suono le percussioni a La Nota In Più, un’orchestra sinfonica composta da persone con disabilità e musicisti professionisti, e partecipo alle attività di tre gruppi di volontariato.
Quando mi sono laureata in Scienze della Comunicazione, volevo trovarmi un piccolo impiego per sperimentare qualcosa di nuovo, per mettermi in gioco e uscire dalla mia zona di comfort. Volevo mettermi in discussione e valutare il mio operato, provando ad entrare nel mondo del lavoro per essere indipendente e autonoma, anche se parzialmente, vista la mia patologia. Grazie al passaparola, questa ricerca mi ha avvicinato al mondo delle cooperative sociali tramite un progetto di tirocinio extracurriculare della Regione Lombardia. Un’esperienza che mi ha donato mesi molto intensi, emozionanti e a tratti difficili, soprattutto nel conciliare lavoro, studio e attività extra.
Durante questo percorso molto formativo, tuttavia, è maturato in me il desiderio di spingermi più in là: volevo sperimentare la vita lavorativa in un’azienda vera e propria. Quando è finito il contratto del tirocinio extracurriculare nella cooperativa sociale, pur essendo stata un’esperienza interessante, sono stata stranamente felice di questa conclusione. Questo perché aspiro a ben altro che un semplice impiego in una cooperativa: in futuro ambisco a lavorare in posizioni manageriali presso una multinazionale.
So perfettamente che, ancora oggi in Italia, persiste un’obsoleta concezione per cui le diversità vengono spesso emarginate o nascoste. Per chi porta uno stigma – come la disabilità o il colore della pelle – è molto più difficile ottenere anche solo un umile impiego in un’azienda. Ancora più complicato è arrivare ai vertici aziendali. Nonostante questo, non smetto di lottare per i miei sogni e le mie aspirazioni. Lo faccio anche – e soprattutto – per chi ha smesso di sognare. Queste emarginazioni si manifestano in modi diversi. Per esempio, quando non si assume una persona con disabilità, anche se possiede le capacità e le competenze necessarie, a causa di una fisicità non conforme alle norme silenziose imposte dalla società. Oppure quando si limita la presenza di queste persone indirizzandole verso una cooperativa, contro le loro ambizioni lavorative.
È innegabile, però, che negli ultimi anni si stia assistendo anche nella società italiana ad un progressivo, ma molto lento, cambio di rotta nella concezione lavorativa e personale dei cosiddetti space invaders. Il termine è stato coniato da Puwar per indicare l’invasione degli spazi riservati alle persone “normali” da parte di tutte quelle soggettività che, per le loro particolarità o diversità, vengono escluse. Metaforicamente parlando, queste persone si stanno appropriando dei luoghi a loro proibiti e, conseguentemente, delle loro identità. Immagino che una maggiore concretezza sarà possibile grazie al Progetto di Vita per la disabilità, un percorso personalizzato e partecipato il cui diritto è sancito da leggi italiane come il D.Lgs. 62/2024. Si tratta di un progetto che mette al centro i desideri e le aspirazioni della persona con disabilità, delineando un piano di vita che integra apprendimento, lavoro, autonomia abitativa, socialità, salute e tempo libero per garantire piena inclusione e autodeterminazione. Non è uno strumento burocratico, ma un diritto che coordina servizi e supporti (es.: assistente personale, domotica, trasporti...) per realizzare una vita piena, superando la frammentazione degli interventi.
Nel mio caso specifico, a causa di un inadeguato supporto e insufficienti aiuti nel passaggio di comunicazione da parte delle Istituzioni (es.: Asl, Comune...) non ne abbiamo ancora discusso apertamente. Mi sembra ci abbiano parcheggiati in un angolo e abbandonati a noi stessi. Per essere del tutto onesta, prima di scrivere questo intervento, non sapevo nulla dell’esistenza di questo percorso. Forse a causa delle poche informazioni da parte degli uffici competenti, non ne ho sentito parlare. Nei prossimi mesi mi informerò sicuramente meglio su questa opportunità, tramite i vari canali che ho a mia disposizione, perché è una questione che mi riguarda.
Per ora, mi sembra che potrà essere un valido strumento di inclusione sociale e culturale per tutti coloro che, come me, hanno delle ambizioni professionali e personali, nonostante le difficoltà. Da cittadina italiana penso che un nodo debole e critico da migliorare in futuro, riguardi la comunicazione tra noi e le istituzioni competenti. Serve anche un cambio di rotta più marcato e deciso nelle menti delle persone e nella concezione della disabilità, affinché questa sia intesa finalmente come una caratteristica degli individui che superi il significato di “non abilità” o “diversa abilità”. Ognuno di noi, che abbia o meno una patologia, che sia o no in carrozzina, ha peculiarità differenti dagli altri: rimane comunque un essere umano.
Mi piace ricordare una celebre frase di Saint-Exupéry, «Fai della tua vita un sogno, e di un sogno una realtà». Questa frase sottolinea l’importanza di perseguire le proprie passioni nonostante i limiti, quali che siano, e di legare i sogni alla speranza e all’essenzialità del cuore. Il mio invito, dunque, è quello di inseguire i propri desideri e trasformarli in realtà.