Delle coperte su una panchina

Una mattina qualunque davanti a Villa Glori
Delle coperte su una panchina
René Magritte, "Il banchetto" (1958)

Da un mese circa due volte a settimana faccio una bella passeggiata la mattina presto a Roma, dove vivo. Da studio a piazza Ungheria. Ogni volta costeggio Villa Glori, cani al pascolo, persone che corrono, altre che, come me, camminano. Qualcuno in bici. Le macchine che vanno sul viale... Odore di stalla di cavalli che non mi dispiace.

Oggi di fronte all’ingresso della villa c’erano una macchina della polizia, un’automedica e un’autoambulanza. Vicino al recinto dei cavalli una lettiga con i macchinari sopra, accanto operatori e poliziotti. Nessuna urgenza. Nessuna frenesia. Su una panchina delle coperte. Scappo perché devo andare al mio appuntamento, nelle cuffie Max Gazzè, Timido ubriaco. Il pensiero resta su quella panchina, su quelle coperte. Così è: al ritorno polizia in borghese e in divisa, gente che scrive, che parla e che ride. Nessun medico, nessun infermiere: non c’è più nulla da curare, nulla da salvare. Dalla panchina, troppo corta, ora spuntano due scarpe, sembrano da barca fuori luogo e fuori stagione, dallo schienale della panchina un polso. Da lontano sembra scuro, non di carnagione, come se fosse sporco. La mano non si vede come non si vedono più le coperte. Nulla più si vede.

L’immaginazione basta, così come basta l’allegria fuori luogo del giovane poliziotto a cui chiedo notizie. Una vita è andata, sola, di notte, su una panchina in un parco dove da bambino mi portavano alle giostre e sui ponies.

Una storia è finita, chissà se è mai stata raccontata, se mai qualcuno si è fermato ad ascoltarla, se mai qualcuno ha preso per mano quel polso scuro, se quelle scarpe hanno mai calciato un pallone e quali strade hanno calcato. Una storia. Una storia persa. Per lui o per lei, per noi e per tutti.

Viviamo con il timore di essere soli, un timore naturale, connaturato e radicato. Lo riempiamo a volte con scelte vuote che accentuano ancor più il senso di solitudine, lo accompagniamo, altre volte con amicizie superficiali - nel senso che non scalfiamo la superficie del rapporto e non ci facciamo scalfire, segnare, toccare. E, quindi, ci pare che poi soli lo siamo veramente.

Soli come il signore o la signora della panchina di questa mattina morto o morta solo o sola,mentre altri soli scorrevano accanto indifferenti, ignari o, semplicemente, soli. Soli perchè non ci lasciamo scalfire, non ci facciamo segnare, toccare a volte anche scottare. Quanto ci costa dire sei importante per me, per noi, per tutti?

Quanto ci costa lasciarci toccare? Quanto ci costa lasciarci segnare da un incontro? Ci costa tutto anche a costo di prenderci un insulto, di sentirsi usati, a volte traditi. Ma senza rischio, senza segno, senza tocco abbiamo perso la storia di una vita e delle sue scarpe da barca. Lui o lei, la vita che forse non amava o magari sì ed anche tanto. E noi con lei o con lui. Una storia, un’occasione, un incontro. Una vita. Un sole come le vite di tutti. Non soli.

Stefano Artero

Stefano Artero

Iscritto all’abo degli Avvocati dal 1993: si occupa principalmente di diritto civile, con una particolare attenzione ai diritti reali, al diritto commerciale ed al diritto fallimentare. Amico di Fede…

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