«Danie’, non guardare papà, resta in area!» … «Massimo, sei solo!!!» … «Brandooo! Cosa devi fare quando prendi la palla? La devi…» «… passare!» risponde proprio Brando al termine della sua azione un po’ troppo in solitaria. I richiami di Giovanni da bordo campo raccontano bene le sfide che questi giovani giocatori con disabilità di vario genere affrontano non solo nel rettangolo di gioco, ma anche fuori dal campo. Siamo alla Coppa del Sorriso in una delle fasi del torneo misto di calcio a 5 organizzata dal CSI (Centro Sportivo Italiano): la cooperativa Odissea di Roma è tra i partecipanti alla gara con le sue tre squadre. Le squadre sono distribuite nei tre livelli previsti, individuati secondo criteri precisi che garantiscono omogeneità agli incontri. Ognuna è composta da 4 giocatori con disabilità e un eventuale partner che però non può fare gol. I due tempi di gioco hanno una durata massima di venti minuti ciascuno.
Odissea ha cominciato questo percorso sportivo da un paio d’anni, parallelamente alle attività previste dal centro diurno e dalle cinque case-famiglia e comunità alloggio in cui accoglie e segue ragazzi e ragazze dai 18 anni in su con difficoltà, anche serie, comunicativo-relazionali e cognitive.
Ogni progetto della cooperativa, spiega Giovanni, presidente di Odissea e allenatore paralimpico, si sviluppa secondo le possibilità di chi le svolgerà: prima avevano una ciclofficina per ridare vita a vecchie biciclette con l’aiuto di un tecnico in pensione, ma quel tipo di attività richiede una manualità fine che tanti ora non possiedono. E lo sport invece? «Tanti ragazzi che arrivano da noi non hanno mai praticato un’attività sportiva! Neanche a scuola… E sarebbe stato un loro pieno diritto». Un’esperienza confermata dal papà di Daniele che da bordo campo, con gli occhi fissi sul figlio, racconta che quella è stata per lui la prima esperienza agonistica, ormai vicino ai trent’anni, dopo aver smesso di fare sport alla fine delle scuole elementari. E le sorprese non mancano: «Uno dei nostri era scoordinatissimo ma ha acquistato l’abilità necessaria al gioco; ora va molto meglio anche con la coordinazione».

«Fare gol», sottolinea ancora Giovanni, «non è l’obiettivo principale. È importante anche imparare a prenderne e andare avanti. Certo, si esulta anche per un gol sul 4 a 0! Ma soprattutto, ci sono la squadra e il gusto di lavorare insieme, lo spogliatoio con le sue dinamiche. Si vive la novità di una trasferta, l’attesa per le convocazioni, un ritiro estivo (in Trentino!) per testare le proprie capacità sportive e mettersi alla prova in squadra… esperienze che praticamente nessuno dei ragazzi coinvolti ha avuto occasione di sperimentare in precedenza. I ragazzi si sentono parte di un gruppo, si cercano tra loro. Mi ha stupito molto come cerchino la partita e la sfida, per misurarsi e vincere. Facciamo gli allenamenti in un circolo dove abbiamo ricevuto una bellissima accoglienza: anche giocare in un luogo di tutti ha un suo valore». È stato facile trovarlo? «Abbiamo dovuto cercare… le scuole (anche quella privata a fianco della sede della cooperativa) rimangono diffidenti. Qualcuno ci ha detto che i nostri ragazzi avrebbero potuto spaventare i bambini… e pensare che qualcuno è venuto anche qui per usare la nostra cucina con un bando per l’inclusione. Ora però abbiamo partecipato anche noi ad un bando per le palestre scolastiche e speriamo di avviare un corso di basket».

«Siamo arrivati a proporre l’attività del calcio perché uno dei nostri ragazzi non si muoveva di casa» ricorda Giulia, una delle coordinatrici della cooperativa romana. «Un isolamento difficile da scardinare, tra decine di sigarette in poltrona davanti alla televisione. Giovanni ci prova: prima gli propone lo stadio per vedere la squadra del cuore, poi di tirare insieme due calci al pallone…». Da lì a metter su un germoglio di squadra è stato un attimo per un ex appassionato di calcio come Giovanni, disamorato dagli scandali e dagli eccessi intorno ai campionati maggiori (una passione mai sopita del tutto però a giudicare dai colori scelti per la maglia…). «Quel ragazzo che non usciva di casa, arrivava da solo con i mezzi pubblici, faceva allenamento e tornava indietro. E non vedeva l’ora di giocare la domenica. Imparando a gestire i suoi tempi, ha anche trovato lavoro. Certo frequenta meno il calcio ma lavora! È stato un passaggio fondamentale di crescita e cambiamento».
Insomma, ora l’ultimo richiamo sentito da bordo campo sembra poter riassumere tutto: «Aho, ma devi gioca’ e te te metti a sede? Daje, riscaldati!».