Le frasi che riportiamo sono un invito a leggere con attenzione questi suoi due testi, preziosi per tutti noi che vorremmo avere, come suggerisce la mamma polacca nella sua lettera pubblicata nel "Dialogo aperto", “occhi nuovi, non di stupore o di commiserazione, ma occhi disinvolti, di simpatia verso ogni disabile”.
L'ho percepito, sono un anormale... I movimenti degli occhi che esaminano ogni parcella del mio essere me lo insegnano: uno sguardo fissa il mio, poi scende e si fissa dove si trova la prova che sta cercando: “l’handicappato”.
Per voler fuggire troppo la cattiveria, la crudeltà di certi incontri, mi taglio fuori dall’affetto, dal conforto. Proteggendomi all’eccesso dagli sguardi che condannano e umiliano, finisco per chiudere anche gli occhi che amano.
Così ho reso schiavo dello sguardo altrui, nego poco alla volta al mio corpo, il diritto ad essere diverso.
Ci sono sorrisi che feriscono, complimenti che uccidono... la pietà ferisce più del disprezzo. Sì, niente pietà. Ogni giorno incontro quello sguardo accondiscendente che crede di farmi piacere, forse in tutta sincerità, ma che nega la mia libertà e mi nega ipso facto.
Liberarsi dallo sguardo che ferisce esige in realtà una fiducia in se stessi che si acquisisce faticosamente e che rischia di deperire in fretta di fronte a degli sguardi insistenti.
Più volte ho constatato che quando passo in mezzo ad un gruppo di persone, queste tacciono, assumono un'aria un pò compassata, un pò come quando ci si leva il capello al passaggio di un corteo funebre. Poi una volta passato, i discorsi riprendono.
Gli occhi che vedo per la prima volta mi spiano, diventano nemici; anche se non mi conoscono, rivelano tuttavia la parte oscura ormai familiare, accettata e superata dagli amici.
La prova dello sguardo non è sempre vissuta agevolmente: troppo spesso rappresenta persino un dramma e come liberarsene rimane forse l’apprendistato piu delicato.