Che cosa è Fede e Luce

Perché uno speciale interamente dedicato a Fede e Luce
Che cosa è Fede e Luce
(foto archivio Ombre e Luci)
Contenuto d'archivio: questo articolo è stato pubblicato più di 20 anni fa. Il linguaggio e i contenuti riflettono le sensibilità dell'epoca.

Molti (lettori, responsabili di Fede e Luce, educatori e operatori nel mondo della disabilità) hanno chiesto di dedicare un numero speciale di questa rivista ale Comunità FEDE E LUCE.

Per farlo ci siamo rivolti a quanti, da anni, si impegnano nel movimento F.L. (genitori, sacerdoti, ragazzi, amici) sollecitandoli a inviarci testimonianze, riflessioni, relazioni, per far meglio capire, a quanti ci leggeranno, dove va, quanto serve e che senso ha Fede e Luce oggi.

È difficile capire che cosa sia Fede e Luce, coglierne l’originalità, se non si sa perché questo movimento è nato trentanni fa. Molti oggi sanno dare un volto alla parola “handicappato” (ormai sostituito con “disabile”), termine che designa una persona con difficoltà più o meno gravi (intellettive, psichiche, sensoriali, o anche fisiche). Pochi però sanno che cosa significa per una famiglia la presenza di un figlio portatore di handicap.

Chi lo sa, sa anche che le parole non possono esprimere la difficoltà, la sofferenza, il disagio, la difficile situazione in cui queste famiglie (non solo i genitori, ma fratelli e sorelle) si trovano a vivere, spesso per un’intera vita.

Esistono oggi, più di ieri, molti servizi che aiutano le persone disabili e le loro famiglie: riabilitazione, fisioterapia, servizi domiciliari, integrazione nella scuola, nel lavoro; centri specializzati per il recupero... Poco, però, è ancora l’aiuto ai genitori in quell’aspetto più delicato e più soggetto ad essere eluso (proprio perché scomodo e difficile): voglio dire quella condizione dell’animo in cui si viene a trovare chi vuole una risposta al dolore innocente.

Lo sgomento iniziale dei genitori dopo il verdetto dei medici, può col tempo trasformarsi in chiusura, ribellione, apatia, aggressività, in forme più o meno gravi che si ripercuotono sull’intera famiglia e che, spesso, impediscono al figlio disabile di crescere in un clima sereno, sentendosi colpevole di turbare i suoi cari con la sua presenza e le sue esigenze.

La reazione alla delusione per non aver un figlio “normale” è diversa per ogni genitore, ma in tutti, soprattutto nei genitori di un figlio con handicap intellettivo o psichico, è causa di ferite difficilmente rimarginabili. Sono proprio queste ferite di fondo che portano la famiglia all’isolamento, all’impressione di essere emarginata, a sentirsi diversa dalle altre famiglie proprio a causa di quel figlio diverso.

Fede e Luce è sorta con l’intento di sottrarre le famiglie a questa tentazione di isolarsi, di tagliarsi fuori dalla vita “normale”, perché pian piano scoprano che proprio il loro figlio più fragile può essere fonte di solidarietà e di unione con gli altri. Per questo mi piace chiamare Fede e Luce un “cammino” di persone molto diverse fra loro (genitori, persone disabili, amici; di ogni età e di ogni ceto) che si fanno prossimo le une alle altre, senza distinzione fra chi dà e chi riceve, perché tutti danno e ricevono allo stesso tempo.

Genitori, persone con handicap mentale, amici, quando è possibile un sacerdote o un seminarista, si mettono insieme, in gruppo di 30/40 per formare una comunità di incontro.


Fede e Luce in due parole


Le prime comunità Fede e Luce nacquero nel 1971 da un pellegrinaggio a Lourdes voluto da Jean Vanier, Marie Hé- lène Mathieu e da una coppia di genitori di due figli gravemente disabili.

Ogni comunità Fede e Luce riunisce una trentina di persone (ragazzi e adulti con disabilità mentale, i loro genitori, fratelli e sorelle, amici per lo più giovani) che si incontrano almeno una volta al mese per:


  • un momento di amicizia e condivisione;

  • un momento di festa

  • un momento di celebrazione e preghiera.


Oltre che negli incontri mensili, i membri delle comunità rinforzano i legami tra loro attraverso varie attività: visite in famiglia, passeggiate, week-end in comune, soggiorni di vacanze, pellegrinaggi...

Comunità è una parola grossa e qui non indica, come di solito, una comunità di vita. A Fede e Luce vuol dire che queste tre componenti stringono fra loro legami di amicizia fedele che si esprime soprattutto durante l’incontro.

Un incontro è ritrovarsi per un po’ di tempo (qualche ora, una giornata, un week-end, 10/15 giorni nei campeggi), con regolarità (una o due volte al mese) per:


  • imparare insieme, nonostante tutto, a godere della vita, a far festa, a condividere, a fraternizzare nella pace e nella gioia, nel disagio e nel dolore;

  • imparare a conoscersi: chi ognuno “è”, che storia ha dietro, che cosa fa nella vita, come vive e, soprattutto, quali sono i sentimenti, i desideri, le difficoltà, le gioie di ognuno;

  • imparare insieme a conoscere chi ci tiene uniti: il Signore; a pregarlo, a celebrarlo, a comunicare alla sua mensa;

  • imparare ad essere servizievoli gli uni per gli altri nei momenti di bisogno, a sollevare con qualche gesto i genitori dal ritmo quotidiano così pesante in certi casi; a testimoniare concretamente alla persona disabile che è bello trovarsi con lei per un pomeriggio, un’uscita, un accompagnamento;

  • imparare a crescere insieme, passo dopo passo, ognuno con il suo ritmo e le sue possibilità, lasciando a ciascuno la libertà di avanzare o di fermarsi, senza mai imporre nulla.

Per capire


Nel linguaggio di Fede e Luce, “Ragazzi” sono le persone ferite nelFintelligenza; “Genitori” “un papà” “una mamma” sono i loro genitori; “Amici” sono le altre persone della comunità, giovani per la maggior parte.

È difficile dire in breve cosa sia una “Comunità Fede e Luce” perché solo partecipandovi è possibile vivere un’amicizia che pare preclusa a certe persone, con le ombre e le luci che questo legame porta con sé. E difficile dire lo sconvolgimento che provano un papà o una mamma nel sapere che per tutta la vita il loro figlio non parlerà, non camminerà, non sarà autonomo, non si potrà sposare, non...non... Ma è ancor più difficile credere che proprio questo figlio così tutto “al negativo” può diventare per qualche amico un segno importante nella sua ricerca del senso da dare alla sua vita, nel suo cammino di conversione.

Solo partecipando è possibile vivere un'amicizia che pare preclusa a certe persone, con le ombre e le luci che questo legame porta con sé.

Solo partecipando è possibile vivere un'amicizia che pare preclusa a certe persone, con le ombre e le luci che questo legame porta con sé.

È difficile immaginare che negli incontri di comunità alcune mamme o papà —prima così provati ed emarginati nel profondo della loro esistenza — hanno scoperto di essere preziosi e indispensabili per il benessere del loro figlio disabile e che, proprio per essere tali, hanno bisogno dell’aiuto degli altri amici, degli altri genitori, in qualche caso di persone competenti...

Altre mamme e papà hanno riscoperto la gioia di “stare con gli altri” come persone normali: hanno ritrovato la gioia della danza, del canto, del picnic, dell’invito a pranzo nelle loro case che pensavano non più adatte “a far festa”. Così, poco per volta, molti genitori attraverso le nubi oscure della loro esistenza, hanno riaccolto la speranza scaturita dall’amore degli amici (l’amore, a volte, messo alla prova routine, stanchezza, impegni...), speranza che li ha spinti a ricercare a tastoni quel Dio dal quale si erano staccati perché troppo provati in quel che era loro più caro.

Cose difficili da raccontare, ma che si possono vivere e che esigono quel silenzio che la zona segreta e stupita del cuore richiede.

Non a tutti Fede e Luce ha dato grandi risultati. Un cammino si fa a piccoli o a grandi passi: c’è chi si ferma e chi corre avanti. Per alcuni il peso del figlio troppo difficile, la situazione familiare o lo stesso carattere, sono tali che il cambiamento diventa difficile o quasi impossibile. Per loro bisogna saper aspettare e continuare ad essere vicini, sapendo che il vero cambiamento non viene da noi.

La sofferenza resta, è lì, presente in ogni famiglia, ben visibile in ogni comunità. Non c’è bisogno di parlarne tanto è evidente e, a volte, se guardata da occhi inesperti.
Potrebbe suscitare disagio e fuga se non fosse circondata da quell’atmosfera di “accoglienza” che si può creare solo insieme, certi che i poveri e modesti segni che la suscitano sono vivificati dalla grazia che ci è stata promessa: “Quando due o tre sarete insieme nel mio nome, io sarò con voi ”.

- Mariangela Bertolini, 2003

Mariangela Bertolini

Mariangela Bertolini

Nata a Treviso nel 1933, insegnante e mamma di tre figli tra cui Maria Francesca, Chicca, con una grave disabilità. È stata fra le promotrici di Fede e Luce in Italia. Ha fondato e diretto Ombre e…

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